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Tag Archives: fantascienza

SPOILER per chi non ha visto il finale di LOST! saltate il primo paragrafo!

So it’s over: LOST è finito, ed è finito in un afflato di affetto e misticismo. Il magnetismo, i viaggi nel tempo, le peculiari proprietà fisiche dell’isola, i mondi paralleli… tutto risolto con un rassicurante aldilà in cui reincontrare le persone che contano per te e tenerle vicine vicine.

E’ un problema di LOST, avevano messo troppa carne al fuoco e non sapevano più come uscirne? Può darsi, ma mi fa anche venire in mente che troppo spesso la fantascienza cinematografica occidentale per il grande pubblico finisce a tarallucci e vino, con tensioni mistiche o rassicuranti morali umaniste e passatiste.

Matrix: gran problemi metafisici, e alla fine la conclusione è che il periodo più felice dell’umanità è stato il XX secolo e abbiamo intrinsecamente bisogno di credere in un percorso di salvezza di stampo biblico.

Battlestar Galactica: religione e predestinazione in ogni dove.

Aeon Flux: l’umanità inventa nientemeno che una clonazione perfettamente funzionante, sta per risvegliarsi con persone coscienti delle proprie vite passate e quindi potenzialmente sapientissime… ma invece no: bisogna tornare alla natura e rimpiangere il tempo in cui si era veri e sinceri. Ultima traccia di questo tempo mitico avvistata quando? XX secolo.

Terminator, neanche bisogno di dirlo: il futuro è terrificante, bisogna impedire che si avveri. Vi risparmio tutti gli altri film del filone “catastrofi future e tecnologia che sfugge al controllo”, ma persino in Demolition Man il mondo futuro ipertecnologico è fondamentalmente una cazzata ridicola e colma di sovrastruttura rispetto all'”autenticità” della vita “normale” – ossia la nostra. Giusto X-Men e Avatar, con tutto il loro essere mainstream, mostrano un respiro positivo rivolto al futuro.

Siamo una civiltà talmente vigliacca che nemmeno la fantascienza ha il coraggio di immaginare un futuro che valga la pena di costruire. Immaginiamo mondi possibili solo per rassicurarci nella tiepida familiarità del nostro – o per rassicurare il pubblico, se vogliamo vederci un’azione politica di intontimento delle masse.

Siamo d’accordo che illustrare un mondo perfetto alla Thomas More non sarebbe nè divertente nè plausibile, ma un po’ di positiva progettualità non farebbe male, aprire qualche finestra su ciò che potrebbe andare meglio, anzichè passare il tempo a dimostrare che qualunque apparente progresso non può che nascondere immense criticità e preludere a inevitabili disgrazie.

L’alternativa – opinabile ma possibile – sarebbe rinunciare al progresso e alla tecnologia. Se siamo davvero convinti che la strada evolutiva su cui siamo porterà solo sventura, abbiamo piena facoltà di cambiarla. Agire sul nostro destino e scegliere diversamente. Luddismo per tutti e torniamo al XIV secolo, se il progresso è tanto critico. Ma non abbiamo nemmeno questo coraggio.

Non siamo capaci di impugnare il nostro destino, immaginare e costruire un mondo migliore, e nemmeno siamo capaci di tornare indietro se ci siamo resi conto di star sbagliando. Vogliamo fare esattamente quello che la fantascienza ci suggerisce: rimanere qui, dove siamo, come siamo, con tante potenzialità, tante comodità, tanti dilemmi e insicurezze; pronti ad usare quello che il progresso ci offre, ma anche a fare un passo indietro e scuotere la testa sconsolati con un “io lo sapevo” non appena le cose dovessero mettersi male, pronti ad accettare la punizione per l’ybris che non abbiamo saputo nè abbracciare nè rifiutare.

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ADD ON DOPO ALCUNE CONVERSAZIONI

Probabilmente questo pessimismo della fantascienza è legato alle sue origini: in un periodo in cui la cultura dominante credeva nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, la fantascienza ha assunto il ruolo di grillo parlante, coscienza critica pronta a sollevare difficoltà, evidenziare criticità, infondere il dubbio. Mestiere degnissimo, senza dubbio. Ora però che nessuno crede più davvero allo splendore del progresso o ai grandi ideali politici universali, ora che la diffidenza e la sindrome di Frankenstein sono patrimonio comune, quelle stesse posizioni sono diventate un modo per sostenere lo status quo. Se prima si poneva un freno a un entusiasmo eccessivo, ora si rassicura il popolo sulla bontà del suo stato attuale e lo si dissuade dal cercare un miglioramento, poichè miglioramento non c’è.

Che brutta cosa il movimento delle cose: basta rimanere fermo e senza che nemmeno te ne accorgi ti trovi trasformato da scomodo critico a rassicurante imbonitore.

Nel vestirsi ciascuno costruisce un proprio personaggio, creandolo da sè, scegliendolo fra le possibilità offerte dalla moda mainstream – efficacissima nel soddisfare anche le esigenze di individualità e di rinnovamento –  o con una delle mille sfumature intermedie. Ogni e qualsiasi outfit è un personaggio, più o meno originale.

Ma in un costume complesso come questo, gli elementi significanti adoperati sono talmente vari ed evocativi da diventare ipertrofici, ed il loro accostamento fa nascere personaggi a tutto tondo degni di un romanzo, teletrasportati direttamente da un mondo alieno, la cui eco ed i cui colori essi portano con sè. Mondi e personaggi con il loro contesto e le loro storie, che emergono dai dettagli estetici della figura, pur rimanendo per lo più impliciti.

Personaggi come questi possono provenire solo da un romanzo di fantascienza, un manga o un videogioco, quei mondi incuranti del realismo in cui adorabili fanciulle sterminano zombies in  minuscoli vestitini rossi. Mondi i cui abitanti non iniziano la giornata assonnati, non si vestono per andare in ufficio e nemmeno per fare giardinaggio, ma indossano tranquillamente calze a rete e zeppe in contesti postapocalittici, esibiscono con spontaneità outfit elaboratissimi che misteriosamente sembrano non richiedere alcuna fatica per essere indossati.

Incarnare questi personaggi nel nostro mondo prosaico richiede invece una buona dose di tempo fatica e anche un po’ di dolore… ma avremo reso reale l’impossibile, materializzato la fantasia, dato vita mondi interi indossandone un frammento: avremo fatto di noi stessi degli ambasciatori dell’immaginario – alla faccia delle vesciche.

Nell’insieme della mise l’accostamento di elementi significanti talmente vari ed evocativi da diventare ipertrofici dà luogo alla creazione di veri e propri personaggi, presi direttamente da un mondo fantastico, la cui eco ed i cui colori essi portano con sè. Mondi e personaggi complessi, con il loro contesto e le loro storie, che rimangono implicite ma emergono dai dettagli estetici della figura.

[foto sprizzolona]

Personaggi come questi possono provenire solo da mondi improbabili: da un manga o un videogioco, quei mondi incuranti del realismo in cui adorabili fanciulle sterminano zombies in minuscoli e svolazzanti vestitini rossi. I mondi i cui abitanti non iniziano la giornata assonnati, non si vestono per andare in ufficio e nemmeno per fare giardinaggio, ma indossano calze a rete e zeppe in contesti postapocalittici dove le giornate trascorrono sotto continue minacce di morte; esibiscono con spontaneità outfit improbabili che non richiedono alcuna fatica né per essere create né per essere indossate.

Incarnare questi personaggi nel nostro mondo richiede una buona dose di tempo e fatica, e almeno altrettanta scomodità per viverli. Ma avremo reso reale l’impossibile, materializzato la fantasia, creato mondi interi indossandone un frammento: ambasciatori dell’immaginario sprezzanti delle vesciche.