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il duomo di coloniaNon penso che si possa immaginare niente di più gotico del duomo di Colonia. E vi giuro che la foto non è ritoccata.
Proprio di fronte al duomo, dall’altra parte del Reno, al di là di un ponte ferroviario con arcate metalliche dell’Ottocento, in una struttura costruita nel 1928 e chiamata Tanzbrunnen – le fontane della danza – si svolgeva il festival. Voto alla location: 10 e lode.
Il popolo dark – etichetta controversa, lo so, ma le parole sono fatte per intendersi e con questa ci intendiamo -, una volta liberato dall’omologazione fashionizzazione e provincializzazione italiane si conferma dotato di una creatività e varietà sconcertanti, che per quanto ne so non ha eguali in nessun altra subcultura.
Praticamente qualsiasi cosa è apprezzata purchè non banale. I semplici jeans-e-maglietta neri facevano da sfondo a elaborati completi in colori fluo, ingombranti abiti similmedievali, pizzi, pvc, bustini, calze a rete, occhiali da saldatore, extensions in plastica, stivali pelosi, catene, lacci, nuda pelle, veramente qualsiasi cosa purchè creativa.

E tutti lì con la massima tranquillità, a guardare e fari guardare. Una parata di cosplay dove ciascuno inventa il suo personaggio. Una sfilata, sì, ma senza il chiacchiericcio acido di sottofondo che spesso si percepisce in Italia; e senza più nemmeno quel senso di ostilità verso il resto del mondo che spesso si accompagna alla volontà di essere diverso e al sapersi osservato e giudicato.

Non si respirava tanto l’opposizione alla normalità – se non in qualche battuta sulle t-shirts, come “come on and hate me” o “le persone normali mi fanno paura” – quanto la gioia di vivere per pochi giorni in un mondo a propria immagine e somiglianza, dove puoi essere abbastanza particolare da essere notato – altrimenti verrebbe meno buona parte del divertimento 😉 – ma mai tanto diverso da essere rifiutato.

La materializzazione di un mondo se non nuovo per lo meno diverso è resa più concreta dal fatto che era rappresentato praticamente tutto l’arco generazionale, dagli 0 ai 50 anni: famiglie intere che concretizzano la possibilità di un diverso modo di vivere, che non implica l’adattarsi a standard altrui. I bambini giocavano sul prato indossando magliette con scritto “my dad rocks” e cantavano le canzoni dei concerti seguendo il resto pubblico sulle spalle dei genitori, le orecchie adeguatamente protette dai tappi; avevano peluche a forma di pipistrello e di draghetto, ma anche magliette rosa e orsacchiotti: non una diversa omologazione, ma davvero più libertà.

E per chi pensa che la filosofia non abbia influssi sulla realtà, c’erano almeno due gruppi che cantavano dio è morto in modo inequivocabilmente nietzscheano. La canzone di Oomph dice proprio, tanto per essere chiaro, che dio è morto, noi l’abbiamo ucciso. ecco il nuovo dio: io sono il nuovo dio.

E tredicimila persone cantavano questo, senza l’astio degli atei nostrani, ma con la soddisfazione di poter gridare e condividere la propria verità, senza doversi difendere con le unghie e coi denti da accuse di eresia, sospetti di nazismo, giudizi di disadattamento sociale.

Infine, altri tre punti di grandissima soddisfazione:

1- mai visto un festival più civile, con un tasso pari quasi a zero di ubriachi o strafatti e con dei bagni così belli puliti e ordinati anche alla fine dell’ultimo giorno che gli autogrill italiani se li sognano.

2- in 48 ore di feste dark non ho sentito neanche una canzone dei Cure. Nè Siouxsie, nè Joy Division, nè Bauhaus. Niente che avesse più di 10-15 anni. A parte i Depeche Mode, si intende.

3- i giornali locali – i giornali di Colonia e della regione, non le fanzine – hanno riportato tranquillissimi e quasi entusiasti articoli che recensivano le band e raccontavano la festa. Zero lamentele, zero recriminazioni, zero timori. Che a sentirlo da un paese dove chiudono i parcheggi di San Siro quando suona Springsteen sembra più irreale di un invisibile unicorno rosa.

Amici, volete bere con uno già ubriaco? Alcibiade è venuto a salutare Agatone…” Così inizia il Simposio di Platone messo in scena da Carlo Rivolta. Un monologo, come tutte le sue rappresentazioni, che io sappia, ma tanto significativo e pieno di pathos da non far rimpiangere la più folta e ben assortita compagnia teatrale. I suoi sono spettacoli colti, profondi, attuali, quasi filologici. Ma, se non avete già avuto la fortuna di vederli, non la avrete più. Potrete solo sentire la sua voce piena e precisa mentre recita Gadda, grazie a un blogger che ha messo in rete l’mp3.

Eh sì, a quanto pare per me è la settimana dei necrologi.

Carlo Rivolta, col suo corso di teatro, è stato responsabile dei momenti più belli e degli amici più veri della mia adolescenza. Ci ha insegnato la dizione, la fermezza nella voce. A bandire le cantilene. Con lui abbiamo messo in scena Sogno di una notte di mezza estate con la colonna sonora più glam che possiate immaginare, presa per metà da quella di Velvet Goldmine, più Bowie, Manson, i Litfiba, Kate Bush…

Lascio ad altri, che lo conoscevano meglio, il compito di ricordarlo come attore e come uomo. Io ho solo il mio personale ricordo di lui, in quelle sere di mezza estate della mia adolescenza.