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Category Archives: Intelligenza Artificiale

I nanoztag sono piccoli coniglietti colorati, poco più grandi di una sorpresina kinder, con assolutamente nessuna funzionalità. Ma nessuna: zero che zero. La funzionalità sta nell’etichetta: un francobollino colorato attaccato sul fondo, la z:tamp, che contiene un chip RFID.

Ogni z:tamp ha quindi la sua identità univoca, conosciuta e registrata sul sito della casa madre, e ad ogni z:tag – sempre via internet – può essere associata un’applicazione tra le molte disponibili e personalizzabili.

Ad esempio voglio che il coniglietto rosso mi faccia partire la playlist rock, e il coniglietto giallo mi dica le previsioni del tempo.

Non solo: visto che la funzionalità sta nell’etichetta, posso attaccare l’etichetta a qualsiasi cosa (non c’è bisogno di strapparla crudelmente dal coniglietto, viene venduta a parte), e dare “vita” a diversi oggetti. Posso attaccare un’etichetta al barattolo di mangime del pesce rosso e chiederle di segnarsi quando dò da mangiare al pesce. Posso inviare una mail alla mia borsetta – o a quella di qualcun altro – affinchè mi ricordi le cose da fare quando esco. Associo l’applicazione all’etichetta sul sito, poi poggio il coniglietto sul lettore RFID, e sul pc a cui il lettore è collegato succede quello che deve.

E qui cascano già un paio di asini. Il lettore, mir:ror, un grazioso oggettino metafisico con un design personalizzabile apple-style, è l’unico modo per dare un senso alla vita dei coniglietti. Se non hai mir:ror – o la versione nuova del coniglietto grande, il nabaztag, ve lo ricordate? – i piccoli nanoztag non attiveranno mai un bel niente.

Secondo asino che casca: il coniglietto, rosso o giallo che sia, in realtà non farà mai nulla. Sarà sempre il pc a fare – e quindi se non sei vicino al tuo pc con il tuo mir:ror non ti fai nulla del tuo coniglietto. Limitante, nell’era della mobilità. Si, è vero: andrebbe bene anche il pc di qualcun altro col mir:ror di qualcun altro, ma suvvia siamo seri: quanta diffusione potrà mai avere un aggeggio del genere, per poter contare di trovarne in giro per case ed uffici? Cel’avrò giusto io, e mia sorella perchè glielo regalo [no, sister, non te lo regalo davvero, e non me lo compro, era per dire].

E quindi che c’è di interessante? Non possono non essersi accorti che questo aggeggio è totalmente inutile. Su cosa puntano per venderlo – lasciando un attimo da parte l’incontrovertibile verità che non ne venderanno mezzo? I signori di Violet sperano nell’oggetto cult. Quel fenomeno per cui tutti lo comprano anche se non serve a un cazzo. E ciò che può far scattare questo fenomeno è il lato affettivo, il fatto che i coniglietti sono così carucci, non sono dei cubetti, o dei quaderni, ma proprio dei coniglietti colorati e cicciosi, e che ricordano il primo inutile oggetto della serie, il nabaztag, con la pia speranza di iniziare un’intera serie cult.Puntano in parte sul collezionismo (tanti colori, collezionali tutti), e in parte sulla rarità tecnologica: è un oggettino da nerd stiloso (non quelli che ne sanno davvero, ma quelli che si piccano di saperne per fare i fighi, tipo me insomma), e quindi è compatibile con mac (stiloso) e con linux (nerd).

L’intuizione interessante è la materializzazione delle funzioni: applicazioni astratte diventano oggetti, si concretizzano, si possono toccare, prendere, spostare. L’estrema astrattezza del computer – multipurpose per definizione – diventa tangibile, acquista un volto e dei confini, perdendo ovviamente in genericità e flessibilità. Questa cosa credo che non sia senza futuro: penso che alcuni oggetti estremamente semplici, nell’uso come nell’applicazione, anche se basati su pc e quindi magari largamente personalizzabili, potranno prendere piede, rispondendo a un bisogno non solo di immediatezza, ma anche di corporeità, di rapportarsi con oggetti reali – almeno in certi contesti – e non solo con raffigurazioni e virtualizzazioni.

In ciò anche l’aspetto affettivo e di design può giocare un suo ruolo non indifferente, ma tutto questo a patto di una reale usabilità, che attualmente non può prescindere da una vita wireless, svincolata da cavi e pc – anche perchè se devo passare dal pc tanto vale che clicco quello che devo cliccare, che mi cambia prendere il tal coniglietto? L’unico caso in cui posso immaginare che prendere il coniglietto cambi effettivamente qualcosa è nel caso dei bambini, per cui l’associazione di applicazioni ad oggetti potrebbe rendergli più rapido e immediato l’uso di alcune funzioni che fanno capo al pc – ma si tratta di puro uso, nulla a che vedere con una qualche educazione informatica.

“Collassare” funzioni astratte in oggetti concreti realizza del resto un incontro a doppio senso: le funzioni astratte si materializzano, mentre l’oggetto acquista una nuova dimensione concettuale, una identità e funzionalità più profonda, un po’ come suggerisce Bruce Sterling con il concetto di spime (contrazione di space e time): gli spime sono oggetti con una storia, che portano con sè la loro storia, e hanno delle funzionalità, con cui interagiscono con il resto del mondo. E secondo Sterling questo lo farà proprio la tecnologia RFID. Ora, io ammiro Sterling tantissimo, ma questa dell’RFID mi pare proprio una cazzata. Quella dello spime no, ha un suo senso, lo stesso senso vago e visionario del nanoztag, un senso che a un certo punto diventerà reale, e ci sembrerà ovvio, ma diversissimo da come lo si poteva immaginare. Un po’ come internet e le sue prefigurazioni in fantascienza.

Il nanoztag rimane un oggetto assolutamente inutile e non avrà alcun successo di alcun tipo, ma alcuni di questi elementi secondo me si riaffacceranno nell’evoluzione della tecnologia nei prossimi anni, e i signori di Violet potranno dire che ci avevano pensato e maledirsi per non essere riusciti a cavarne niente altro che un paio di coniglietti plasticosi invenduti – ma dall’ottimo design.

I Survival Research Laboratories sono un gruppo di artisti del fai da te meccanizzato, originario di San Francisco, bandito da un numero imprecisato di città statunitensi e stati nel mondo, animato dal fondatore Mark Pauline e che organizza the most dangerous shows on earth.

Un po’ come la versione organizzata e spettacolarizzata ed esagerata dei demolition derbies.

Gli SRL costruiscono enormi macchine similmilitari, che sparano fuoco, si muovono, lanciano oggetti, interagiscono, e poi organizzano spettacoli in vaste aree (e qui gli USA sono la location ideale) dove solo le macchine si trovano on stage – anche se spesso radiocomandate – e danno vita a performance egualmente rituali e distruttive.

Hanno fatto persino uno spettacolo assieme agli Einstuerzende Neubauten, nel lontano millenovecentoottantaqualcosa, pensate che meraviglia dev’essere stato.

Nessuno ha mai chiesto agli SRL di tornare, dopo che avevano realizzato un show. Qualcuno, in effetti – come il Giappone, la Spagna e altri – gli ha esplicitamente chiesto di non tornare. Sapete com’è, sono spettacoli particolari. Non tutte le autorità resterebbero calme a vedere un affare enorme che fa su e giù per uno spiazzo lanciando palle infuocate contro costruzioni in lamiera, a pochi metri dal pubblico.

Le performance degli SRL sono una forma artistica riconosciuta: non per niente sono nati al San Francisco Institute of Art. Ma questo non impedisce al sindaco (o come si chiama) di San Francisco di avere qualche problemino col fatto che un abitante della sua città costruisca macchine potenzialmente molto distruttive, quasi militari. Infatti la paranoia militare è una buona componente a monte degli show: Pauline ci mostra ciò verso cui stiamo potenzialmente andando, scenari di total war meccanizzata. E vederli dal vivo, sentendo il calore delle fiamme, fa ben altro effetto che guardarli al cinema o immaginarli dalle pagine di un libro.

Guardate il video offerto da ubuweb e ditemi se non vi viene un po’ di fear of the tech.

Ma il top del top secondo me lo raggiunge questo cortometraggio:

Il simbolismo è chiaro, ma non ovvio; sono tentata di lanciarmi nell’interpretazione ma non vorrei banalizzare. E allora ve lo lascio qui, come un sassolino nello stagno. Ploff.