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Category Archives: industrial

Prendiamo la Fantascienza, risposta cromata e hi-tech alla domanda “Come sarà il futuro quando la scienza farà le più incredibili cose che possiamo immaginare?”. Prendiamo poi il Cyberpunk, risposta rugginosa e socialmente schierata alla domanda “Come sarà il futuro quando la scienza della fantascienza sarà cosa di tutti i giorni, sarà invecchiata e sarà stata digerita dalla società tutta, compresa di delinquenza e reietti?”. E prendiamo infine lo Steampunk, definito come la risposta alla domanda “Come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima?”; ma io proporrei piuttosto “Come sarebbero la Fantascienza e il Cyberpunk se fossero stati scritti nel XIX secolo?”. Meno suggestivo, senza dubbio, ma credo più chiaro.

La tecnologia, le possibilità che apre, gli interrogativi che pone, il modo in cui ci cambia, sono temi che stanno molto a cuore al pensiero e sentire contemporaneo. Sono i temi che fondano il nostro modo di vita, con cui dobbiamo necessariamente misurarci per comprendere il nostro stesso mondo. E a volte per osservare qualcosa di estremamente vicino è utile prenderne le distanze, guardarlo da un’altra prospettiva. Immergerci magari nella prospettiva da cui lo guardavano i nostri predecessori, 50 100 o 150 anni fa, per renderci conto di come appaiano deformi o magari prevedibili, o malposti, i nostri problemi di oggi.

Lo Steampunk è fantascienza senza l’elettronica, fantascienza non digitale ma meccanica: a vapore, come l’avrebbe (e l’aveva) immaginata Verne. Lo spirito della fantascienza – l’ammirazione e la fiducia nelle grandi possibilità della tecnica, l’occhio critico alle sue implicazioni – ambientato in un mondo di legno e metallo anziché di silicio e cristalli liquidi.

Questo origina, tanto per cominciare, una diversa estetica, basata su toni seppiati più che i classici cromati, e su cappelli a cilindro invece dei laser, ma anche alcune conseguenze concettuali.

tetsuoRaffigurando la tecnica e la sua evoluzione in una veste che ci è ormai aliena, e che ci risulta grottescamente ingombrante – ruote dentate, carbone, manovelle – lo Steampunk ci porta a riflettere sui caratteri più essenziali della tecnologia, indipendenti dalla sua espressione concreta. Ad esempio ne mette meglio in risalto il carattere invasivo e deformante, che magari trattando nanotecnologie può risultare meno evidente e fare meno impressione, ma non per questo è assente.

A questo riguardo mi viene in mente il celebre Tetsuo di Shinya Tsukamoto, che mostra l’invasione del corpo da parte della tecnologia rappresentandola come grandi e grossi apparati meccanici, invece dei leggeri e familiari oggetti elettronici, reali protagonisti di questa colonizzazione.

Non va poi dimenticata la componente ecologista del movimento, che ne costituisce anche la radice punk: il richiamo al tempo in cui non c’era ancora la schiavitù del petrolio (ma quella del carbone la faceva presagire), il tempo in cui si immaginava un futuro in cui la tecnica avrebbe reso tutti più felici, il tempo in cui le macchine erano cose comprensibili, a cui tutti potevano con un po’ di ingegno mettere mano, cose che si potevano aggiustare e modificare, e non magiche entità atomiche, da gettare quando non funzionano, protette con ogni mezzo da accessi non autorizzati.Da qui la filosofia del fai-da-te e dell’hacking: non rifiuto ma riconquista della tecnologia, che deve tornare a essere vicina, quotidiana, comprensibile e manipolabile. Un modo per liberarsi, non una nuova schiavitù – al servizio delle persone, non loro padrona.

Link interessanti:

Immagini:

I Survival Research Laboratories sono un gruppo di artisti del fai da te meccanizzato, originario di San Francisco, bandito da un numero imprecisato di città statunitensi e stati nel mondo, animato dal fondatore Mark Pauline e che organizza the most dangerous shows on earth.

Un po’ come la versione organizzata e spettacolarizzata ed esagerata dei demolition derbies.

Gli SRL costruiscono enormi macchine similmilitari, che sparano fuoco, si muovono, lanciano oggetti, interagiscono, e poi organizzano spettacoli in vaste aree (e qui gli USA sono la location ideale) dove solo le macchine si trovano on stage – anche se spesso radiocomandate – e danno vita a performance egualmente rituali e distruttive.

Hanno fatto persino uno spettacolo assieme agli Einstuerzende Neubauten, nel lontano millenovecentoottantaqualcosa, pensate che meraviglia dev’essere stato.

Nessuno ha mai chiesto agli SRL di tornare, dopo che avevano realizzato un show. Qualcuno, in effetti – come il Giappone, la Spagna e altri – gli ha esplicitamente chiesto di non tornare. Sapete com’è, sono spettacoli particolari. Non tutte le autorità resterebbero calme a vedere un affare enorme che fa su e giù per uno spiazzo lanciando palle infuocate contro costruzioni in lamiera, a pochi metri dal pubblico.

Le performance degli SRL sono una forma artistica riconosciuta: non per niente sono nati al San Francisco Institute of Art. Ma questo non impedisce al sindaco (o come si chiama) di San Francisco di avere qualche problemino col fatto che un abitante della sua città costruisca macchine potenzialmente molto distruttive, quasi militari. Infatti la paranoia militare è una buona componente a monte degli show: Pauline ci mostra ciò verso cui stiamo potenzialmente andando, scenari di total war meccanizzata. E vederli dal vivo, sentendo il calore delle fiamme, fa ben altro effetto che guardarli al cinema o immaginarli dalle pagine di un libro.

Guardate il video offerto da ubuweb e ditemi se non vi viene un po’ di fear of the tech.

Ma il top del top secondo me lo raggiunge questo cortometraggio:

Il simbolismo è chiaro, ma non ovvio; sono tentata di lanciarmi nell’interpretazione ma non vorrei banalizzare. E allora ve lo lascio qui, come un sassolino nello stagno. Ploff.