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Category Archives: Fear of the Tech

World Wide WebDa quando abbiamo internet è cambiato il nostro modo di comunicare. Di lavorare. Di trovare informazioni. Di scrivere. Di pensare. E’ cambiato senza che ne avessimo l’intenzione: siamo stati trascinati dalla bufera della novità cognitiva e ci siamo risvegliati, come in un racconto di fantascienza, in un paesaggio profondamente mutato, ma che al tempo stesso sembra essere lì da sempre.

D’un tratto non dobbiamo più impiegare del tempo nella ricerca di informazioni: a un nostro semplice cenno le informazioni ci piombano addosso a valanghe, e non solo le singole informazioni, ma le interconnessioni fra di esse, i folti complessi e multiformi legami fra atomi di informazione costituiscono un’unica potenzialmente infinita rete di sapere globale. Infinita non perchè infinitamente estesa, ma infinitamente densa, come è infinito un numero irrazionale, di cui si può sempre conoscere una cifra in più.

Noi, uomini dell’età della stampa, ci muoviamo in questo mondo liquido ubriachi della possibilità di sapere, esplorando le possibilità della rete, saltando di atomo in atomo, cogliendo solo la più immediata superficie di ognuno di essi, incapaci di resistere al richiamo della prossima connessione. Il nostro stesso pensiero, il ragionare è diventato reticolare, si è svincolato dall’obbligo della sequenzialità imposto dalla pagina, dall’obbligo di possedere un principio uno svolgimento e una fine. E per questo è diventato più superficiale?

I timori di questo tipo non mancano di farsi sentire piuttosto spesso; l’ultimo che ho letto è esposto sulla rivista The Atlantic da Nicholas Carr, che si chiede se Google non ci stia facendo diventare più stupidi, dal momento che – secondo testimonianze personali sue e di altri – facciamo sempre più fatica a concentrarci su testi lunghi e complessi, preferendo saltare di link in link per la rete vasta quanto il mondo. E questo viene esposto in un bell’articolo che, letto online, risulta lunghissimo, dimostrando che l’autore in realtà conta che qualcuno in grado di approfondire ci sia ancora.

Non voglio negare la crescente tendenza ad acquisire un grande numero di informazioni semplici, interconnesse, non verificate e non approfondite, ma credo che questo non debba portarci a decretare la fine della riflessione, dell’approfondimento, dello studio in senso classico, che ci fa sviscerare un argomento con tempo e fatica. Il problema come sempre non sta nella tecnologia, che ci offre possibilità, ma nella nostra capacità di gestirle, di scegliere quando e se sfruttarle. Abbiamo a portata di mano una conoscenza vasta quanto il mondo: cosa vogliamo farne? Vogliamo prendere un’immagine a volo d’uccello di una certa area, o vogliamo individuare un punto preciso e cominciare a scavare, con tutti gli strumenti di cui l’evoluzione umana ci ha dotato, online e non?

Facciamo molta fatica a scegliere la seconda opzione, perchè è l’opzione vecchia, è quello che abbiamo sempre fatto, mentre la novità ci abbaglia e vogliamo coglierne ogni potenzialità. Ma non è colpa dell’automobile se non usiamo più la bicicletta: è colpa nostra che non sappiamo far prevalere la volontà sulla pigrizia.

E ora un po’ di dibattito: mi sono imbattuta nell’articolo di Carr grazie a un post di Kevin Kelly, che si chiede piuttosto se permetteremo che Google ci renda più intelligenti, sostenendo che se il web diminuisce le nostre abilità offline, ma ci rende più intelligenti quando siamo online, il gioco vale la candela, visto che saremo sempre più always on. Questa mi sembra un po’ una semplificazione, ma somiglia grossomodo a quel che è accaduto con l’invenzione della scrittura: abbiamo perso alcune abilità e ne abbiamo create altre; cosa che anche Carr ricorda, mettendo però le mani avanti: il web non è la scrittura, il parallelo potrebbe non essere così valido.

Ricorderete anche l’area di Brodmann, la zona del cervello che permette il multitasking e che pare stiamo usando molto più che in passato – informazioncella scientifica, questa, che è stata portata alla ribalta dalla discussione sulla cosiddetta generazione multitasking. E Baricco nel 2006 scrisse un libro a puntate su Repubblica che analizzava il fenomeno dei “barbari”, le nuove generazioni col nuovo modo di pensare plasmato dalla rete – il libro è ora un libro vero (I barbari), acquistabile in libreria; si legge piacevolmente, ma – a mio parere – nulla di più.

palla per scrivereDai due articoli di Carr e Kelly vengo anche a sapere che Nietzsche verso la fine della sua vita scriveva con una buffa macchina da scrivere per non sforzare la vista, e proprio in quel periodo passò allo stile degli aforismi. Fu colpa della macchina usata (tesi di Carr)? Fu colpa del fatto che era vecchio e malato (tesi di Kelly)? Fu colpa del fatto che è difficile fare un lungo discorso senza poter rileggere quello che si è scritto e disponendo solo della scarsa memoria di un vecchio malato (tesi mia)?

Comunque, quanto a bellezza della soluzione, Nietzsche batte D’Annunzio 10 a 0: vogliamo mettere quanto è più stiloso questo marchingegno rispetto a una lunga lunga lunga striscia di carta?

Infine grazie all’autore di Linkalnero per avermi segnalato il blog di Kelly, ricco pensieri interessanti, notizie gustose ecc ecc.

[da Games and Social responsability di Henry Jenkins]

I ragazzi cinesi passano un sacco di tempo a giocare ai videogiochi, e penso che questo non stupisca nessuno. I genitori, gli opinionisti e i governanti cinesi sono molto preoccupati di come i ragazzi impiegano il loro tempo, e anche questo ci suona piuttosto familiare. Ma non sono minimamente preoccupati dalla presunta violenza dei videogiochi, nemmeno un po’. Nemmeno dopo che – nel 2002 – uno studente ha dato fuoco a un cybercafé che gli aveva negato l’ingresso.

No, non è la violenza che preoccupa gli educatori orientali. E’ piuttosto la colonizzazione culturale, il contatto con giocatori on line residenti nel resto del mondo, l’abitudine a diversi valori e schemi mentali. Il fatto che tante energie vengano rivolte a qualcosa di improduttivo ed estraneo alla tradizione, e persino il timore che questo fenomeno sia l’espressione del disagio di una generazione di figli unici.

E poi naturalmente c’è il problema più sbandierato, quello del tempo materialmente trascorso alla consolle, che porterebbe problemi fisici e psichici e a cui gli sviluppatori tentano di porre rimedio con sistemi macchinosissimi, come punti di salvataggio che si creano dinamicamente in base ai limiti settati dai genitori.

I problemi percepiti sono diversi dai nostri, ma la soluzione proposta ugualmente sbagliata: si cercano di fare giochi didattici, giochi che parlino di argomenti educativi. Da cui l’inesorabile noia e il conseguente inevitabile fallimento di ogni tentativo di edutainment: soltanto un bel gioco è interessante, non uno palesemente fatto per insegnare. L’apprendimento deve e può essere soltanto un effetto laterale, non percepito.

Senza dubbio questo non è un obiettivo facile da raggiungere, e richiede la realizzazione di prodotti interessanti di per sè, non solo per gli educatori. E in questa epoca di marketing se ci tolgono il target non sappiamo più dove sbattere la testa.

Però un’idea curiosa l’hanno avuta, gli sviluppatori di giochi cinesi: legare gli extra dei videogiochi ai voti presi a scuola. Chissà, forse questo come incentivo potrebbe anche funzionare!