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Monthly Archives: February 2010

Quali sono gli scopi delle azioni estetiche che compiamo su noi stessi, mettendo a punto il modo in cui appariamo all’esterno?

In primo luogo c’è uno scopo correttivo: correggiamo aspetti di noi che vediamo come difetti – brufoli, occhiaie, nasi sporgenti, visi troppo tondi o troppo lunghi, fianchi troppo larghi o troppo stretti, incarnato chiaro scuro rosso giallo irregolare lucido opaco… Correggiamo.

Poi c’è lo scopo più strettamente ornamentale: creare o rendere evidente della bellezza, valorizzare certi aspetti, aggiungere elementi che contribuiscano ad aumentare la corrispondenza tra noi e la nostra idea di bellezza. Questo aspetto confina naturalmente con la correzione: la differenza tra un colore che valorizza l’incarnato e uno che ne nasconde un difetto è quasi solo una differenza di prospettiva, e si può procedere fino a un gioiello, che non corregge nulla ma aggiunge un elemento di “bellezza”, magari valorizzando una parte del corpo.

Infine l’ornamento ha spesso una valenza culturale: la scelta di un accessorio esprime il gusto di chi lo porta, ed è un riferimento all’ambito culturale che lo ha prodotto. La maglietta di un gruppo musicale, un marchio riconoscibile e culturalmente connotato su un accessorio –  che sia D&G, Hello Kitty o una croce rovesciata – rendono esteriore e fisico un aspetto prettamente interiore,riguardante la propria cultura, i propri gusti, il proprio pensiero.
Rientra in questo aspetto anche la dimostrazione, tramite l’aspetto esteriore, dell’appartenenza ad un movimento o subcultura: ha una valenza estetica come espressione di un gusto più o meno personale, una valenza culturale, ed una sociale.

A questo proposito però va notata la proporzione inversa tra il potenziale significante di un oggetto e la sua diffusione: se una croce rovesciata ha un significato chiaro e probabilmente ben inteso ed intenzionale per chi la indossa, un crocifisso d’oro ha un impatto significativo molto minore a causa del suo essere più usuale: potrebbe facilmente essere indossato senza intenzione significante ma per altri motivi, dalla pura abitudine all’affezione per il regalo di battesimo della nonna. Motivi che nulla hanno a che vedere col significato esplicito e socialmente condiviso del simbolo.
Per par condicio noterò che anche la croce rovesciata o il pentacolo stanno subendo un simile processo, con torme di piccoli metallari che li indossano per imitazione senza porsi particolari domande.

Ogni elemento di una outfit curata porta su di sé diversi livelli di significato: è lì in senso correttivo-valorizzatore (perchè il rosa mi sta bene), ornamentale (perchè così le scarpe sono intonate alla borsa), culturale (perchè mi piace hello kitty).

E con la valenza culturale entra nell’atto dell’adornarsi un aspetto narrativo, un raccontare qualcosa di sé, qualcosa che non è più puramente estetico ma anche concettuale.

L’abito diventa pensiero: accostamento di concetti.

Chi si è sentito rivolgere questa domanda un milione di volte sa esattamente di cosa sto parlando.

Cosa spinge qualcuno a impiegare ore del proprio tempo per vestirsi così per una festa? Ore il giorno stesso per vestirsi, truccarsi, pettinarsi; altre ore nei giorni precedenti per immaginare il tutto, risolvere problemi, specificare dettagli; denaro per acquistare le parti; fantasia per assemblarle. Vestiti, scarpe, accessori, trucco, parrucchiere. A che pro?

Spesso tutto questo, soprattutto a livelli meno barocchi, viene percepito – tanto dagli attori quanto dagli spettatori – come una “libera espressione di sè”, un modo per distinguersi dalla massa, per sfogare il proprio egocentrismo e farsi notare.

Ma se questo è l’obiettivo, il modo di raggiungerlo in parte è sovradimensionato ed in parte manca il bersaglio. Nessuno è più shockato da un abito insolito: il rock è morto, lo scandalo è morto, ne abbiamo viste di ogni e non sarà una cresta a farci sobbalzare. Ed è anche troppo sforzo perchè nessuno del pubblico che potrebbe essere stupito dalla stranezza noterà i dettagli ipercurati, i gioielli, il pizzo, le scarpe, la cintura: noteranno al più un’indistinta e fastidiosa… stranezza – e comunque non seriamente destabilizzante.

Quanto alla favola dell’espressione di sé, non credo sia spiegazione sufficiente mai, in nessun caso che riguardi fenomeni tanto strettamente culturali quanto lo sono, ad esempio, l’abito e l’apparire. C’è troppa cultura e troppo artificio in questi costumi per spiegarli come spontanea espressione di sé: nemmeno uno schizzo di Pollock è spontanea espressione di sé, in quale modo mai potrebbe esserlo un costume che richiede ore per essere realizzato?

Risposte proposte a partire dalla prossima puntata…