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Monthly Archives: June 2009

I nanoztag sono piccoli coniglietti colorati, poco più grandi di una sorpresina kinder, con assolutamente nessuna funzionalità. Ma nessuna: zero che zero. La funzionalità sta nell’etichetta: un francobollino colorato attaccato sul fondo, la z:tamp, che contiene un chip RFID.

Ogni z:tamp ha quindi la sua identità univoca, conosciuta e registrata sul sito della casa madre, e ad ogni z:tag – sempre via internet – può essere associata un’applicazione tra le molte disponibili e personalizzabili.

Ad esempio voglio che il coniglietto rosso mi faccia partire la playlist rock, e il coniglietto giallo mi dica le previsioni del tempo.

Non solo: visto che la funzionalità sta nell’etichetta, posso attaccare l’etichetta a qualsiasi cosa (non c’è bisogno di strapparla crudelmente dal coniglietto, viene venduta a parte), e dare “vita” a diversi oggetti. Posso attaccare un’etichetta al barattolo di mangime del pesce rosso e chiederle di segnarsi quando dò da mangiare al pesce. Posso inviare una mail alla mia borsetta – o a quella di qualcun altro – affinchè mi ricordi le cose da fare quando esco. Associo l’applicazione all’etichetta sul sito, poi poggio il coniglietto sul lettore RFID, e sul pc a cui il lettore è collegato succede quello che deve.

E qui cascano già un paio di asini. Il lettore, mir:ror, un grazioso oggettino metafisico con un design personalizzabile apple-style, è l’unico modo per dare un senso alla vita dei coniglietti. Se non hai mir:ror – o la versione nuova del coniglietto grande, il nabaztag, ve lo ricordate? – i piccoli nanoztag non attiveranno mai un bel niente.

Secondo asino che casca: il coniglietto, rosso o giallo che sia, in realtà non farà mai nulla. Sarà sempre il pc a fare – e quindi se non sei vicino al tuo pc con il tuo mir:ror non ti fai nulla del tuo coniglietto. Limitante, nell’era della mobilità. Si, è vero: andrebbe bene anche il pc di qualcun altro col mir:ror di qualcun altro, ma suvvia siamo seri: quanta diffusione potrà mai avere un aggeggio del genere, per poter contare di trovarne in giro per case ed uffici? Cel’avrò giusto io, e mia sorella perchè glielo regalo [no, sister, non te lo regalo davvero, e non me lo compro, era per dire].

E quindi che c’è di interessante? Non possono non essersi accorti che questo aggeggio è totalmente inutile. Su cosa puntano per venderlo – lasciando un attimo da parte l’incontrovertibile verità che non ne venderanno mezzo? I signori di Violet sperano nell’oggetto cult. Quel fenomeno per cui tutti lo comprano anche se non serve a un cazzo. E ciò che può far scattare questo fenomeno è il lato affettivo, il fatto che i coniglietti sono così carucci, non sono dei cubetti, o dei quaderni, ma proprio dei coniglietti colorati e cicciosi, e che ricordano il primo inutile oggetto della serie, il nabaztag, con la pia speranza di iniziare un’intera serie cult.Puntano in parte sul collezionismo (tanti colori, collezionali tutti), e in parte sulla rarità tecnologica: è un oggettino da nerd stiloso (non quelli che ne sanno davvero, ma quelli che si piccano di saperne per fare i fighi, tipo me insomma), e quindi è compatibile con mac (stiloso) e con linux (nerd).

L’intuizione interessante è la materializzazione delle funzioni: applicazioni astratte diventano oggetti, si concretizzano, si possono toccare, prendere, spostare. L’estrema astrattezza del computer – multipurpose per definizione – diventa tangibile, acquista un volto e dei confini, perdendo ovviamente in genericità e flessibilità. Questa cosa credo che non sia senza futuro: penso che alcuni oggetti estremamente semplici, nell’uso come nell’applicazione, anche se basati su pc e quindi magari largamente personalizzabili, potranno prendere piede, rispondendo a un bisogno non solo di immediatezza, ma anche di corporeità, di rapportarsi con oggetti reali – almeno in certi contesti – e non solo con raffigurazioni e virtualizzazioni.

In ciò anche l’aspetto affettivo e di design può giocare un suo ruolo non indifferente, ma tutto questo a patto di una reale usabilità, che attualmente non può prescindere da una vita wireless, svincolata da cavi e pc – anche perchè se devo passare dal pc tanto vale che clicco quello che devo cliccare, che mi cambia prendere il tal coniglietto? L’unico caso in cui posso immaginare che prendere il coniglietto cambi effettivamente qualcosa è nel caso dei bambini, per cui l’associazione di applicazioni ad oggetti potrebbe rendergli più rapido e immediato l’uso di alcune funzioni che fanno capo al pc – ma si tratta di puro uso, nulla a che vedere con una qualche educazione informatica.

“Collassare” funzioni astratte in oggetti concreti realizza del resto un incontro a doppio senso: le funzioni astratte si materializzano, mentre l’oggetto acquista una nuova dimensione concettuale, una identità e funzionalità più profonda, un po’ come suggerisce Bruce Sterling con il concetto di spime (contrazione di space e time): gli spime sono oggetti con una storia, che portano con sè la loro storia, e hanno delle funzionalità, con cui interagiscono con il resto del mondo. E secondo Sterling questo lo farà proprio la tecnologia RFID. Ora, io ammiro Sterling tantissimo, ma questa dell’RFID mi pare proprio una cazzata. Quella dello spime no, ha un suo senso, lo stesso senso vago e visionario del nanoztag, un senso che a un certo punto diventerà reale, e ci sembrerà ovvio, ma diversissimo da come lo si poteva immaginare. Un po’ come internet e le sue prefigurazioni in fantascienza.

Il nanoztag rimane un oggetto assolutamente inutile e non avrà alcun successo di alcun tipo, ma alcuni di questi elementi secondo me si riaffacceranno nell’evoluzione della tecnologia nei prossimi anni, e i signori di Violet potranno dire che ci avevano pensato e maledirsi per non essere riusciti a cavarne niente altro che un paio di coniglietti plasticosi invenduti – ma dall’ottimo design.

Che i modi di esprimersi e comunicare cambino è banale verità, che di recente il cambiamento sia rapido palpabile è la trita premessa di un buon 70% di articoli a tema comunicazione…. ma – al di là dei gudizi di valore – stanno cambiando come?

Rapidità: che sia per via del mezzo – ad esempio l’SMS – o a causa del fatto che nessuno ha più tempo di leggere lunghi paragrafi senza un buon motivo, la comunicazione diventa più stringata. Dobbiamo individuare il concetto che soprattutto ci interessa esprimere e darlo in breve spazio, tagliando gli orpelli e le deviazioni.

Nonostante questo non rinunciamo ad esprimere tutta la vasta gamma di sentimenti e intonazioni, non ci accontentiamo di comunicazioni puramente informative, vogliamo i convenevoli, gli ammiccamenti e tutto il resto. A questo scopo acquista nuova rilevanza la punteggiatura: diverse quantità e sequenze di punti esclamativi, interrogativi, di sospensione, virgolette, trattini danno con poco dispendio di spazio il tono al messaggio, insieme all’uso delle maiuscole e delle onomatopee, e la ripetizione/allungamento delle vocali.

Ad esempio questo messaggio: “Ciao.Come va?Qui tutto ok.A più tardi”.  Delle due l’una: o chi l’ha scritto è giù di morale, un po’ apatico – oppure è mia madre. Stesso contenuto, tutt’altro effetto: “Ciaoo!!Come va?Qui tutto ok!A più tardi!”. Ma basta anche molto meno: “Ciao!Come va?Qui tutto ok.A più tardi!”. Su questi punti si sente particolarmente lo scarto fra “nativi” e “immigrati” del mondo digitale: ciò che per i nativi è lampante, per gli immigrati è oscuro, ciò che per i nativi fa la differenza per gli immigrati è indifferente.

Una grande innovazione in questo tipo di comunicazione è l’uso delle emoticon: ci sono le prime emoticon, le versioni “base” con punteggiatura e parentesi, da leggersi per orizzontale, tipo questa : – O, o in orizzontale, tipo O_O , le prime poi sostituite con faccine appena più espressive e non so per quale motivo di solito gialle, tipo questa 😮 . Che fra parentesi, nel set di emoticon usato da WordPress, non mi sembra affatto una faccia stupita – la capisco solo perchè so che il codice sottostante è quello della faccia a bocca aperta. La loro utilità è di esprimere lo stato d’animo, suggerendo il tono della frase, o facendo le veci di quello che sarebbe uno sguardo, o un’espressione del volto.

Capitolo a parte merita il sistema di emoticon di MSN e dei forum: gif animate anche complesse, che vengono fatte corrispondere (da ogni utente su MSN, dall’amministratore sui forum) a una sequenza di tasti a scelta. Qui l’aspetto grafico e quello testuale si completano a vicenda: in genere è l’animazione l’elemento portatore di significato – di un significato ricco e sfumato in uno spazio minimo – ma se questa a qualcuno non risultasse subito chiara – o magari solo non visibile – spesso il codice alfanumerico che è stato usato per scriverla ne spiega il significato inteso.

Con l’uso di questi simboli si introduce una nuova comunicazione pittografica: a volte l’immagine è puro ornamento della parola, ad esempio . Altre volte – e più spesso – il clou del significato è nell’immagine – che non sostituisce una parola, ma esprime un sentimento che sarebbe estremamente complesso da verbalizzare, ed in ogni caso se fosse tradotto in parole non otterebbe mai lo stesso effetto di immediatezza. Ad esempio , che ha indubbiamente un effetto diverso da e da – e sfido chiunque a comunicare la stessa sensazione a parole, e con la stessa rapidità. Questo non toglie che le tre emoticon potrebbero essere usate esattamente negli stessi contesti, confidando nell’abilità di chi legge ad afferrare di volta in volta che il significato inteso è esattamente il tipo di tristezza comunicato da quella immagine, o una tristezza generica espressa con la prima immagine a disposizione.

I diversi elementi che caratterizzanoq uesto tipo di comunicazione nascono su mezzi differenti – qualuno sugli SMS; qualcuno nelle chat e così via, ma il modus comunicativo che formano è unico e viene usato trasversalmente su tutti i mezzi – in parte adattandosi a limiti e potenzialità di ciascuno, in parte sfruttando il processo di convergenza che porta a una sempre maggiore uniformità tra i diversi mezzi.