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Monthly Archives: April 2009

Le bamboline voodoo. Le barche fatte con le scarpe, gli orecchini fatti con i lego. Le collane di tubi e bulloni. I gioielli da bancarella, fatti da ciascuno con la sua particolare tecnica e stile, pagati a grammi di argento e ore di lavoro.

Artigianato più o meno a basso costo, fondato sulla creatività, modellato sull’abilità dell’artefice e le richieste del pubblico, in grado di offrire a chiunque il gusto del pezzo unico

Come le grandi celebri opere d’arte, questi oggetti ricercano la bellezza; incarnano una sensazione o un pensiero che alcune persone possono sentire come proprio; sono frutto di abilità e perizia tecniche; contengono magari alcune innovazioni o idee originali; e danno a chi l’acquista l’opportunità di rimarcare la propria individualità esibendo un oggetto più o meno unico, più o meno capace di raccontare qualcosa a proposito di chi lo possiede.

Già il design ha portato l’arte nelle case di tutti – mancava l’unicità, simulata dal prezzo dell’oggetto, inversamente proporzionale all’eventualità che altri lo possiedano. Ma soprattutto il design ha portato, nel cuore di persone appartenenti a qualsiasi classe sociale, la possibilità e quindi il desiderio di circondarsi di cose belle.

Cose belle che però devono avere un senso, un’utilità, per quanto minima. Rivolgendosi a persone che non hanno la possibilità di piazzare una statua nel mezzo di un giardino enorme, o di riservare un’intera parete a una novella Guernica, l’arte deve rivestirsi di utilità, o meglio: deve rivestire oggetti utili di bellezza e significato. Orologi, lampade, sedie. Gioielli, fermacarte, portafoto. Abiti, borse, accessori. Cose che si possono usare, che possono far parte della vita quotidiana, che portiamo con noi e attraverso cui esprimiamo agli altri il nostro sentire.

Un milione di piccoli oggetti fra loro simili ma diversi tramite cui ci differenziamo e troviamo affinità gli uni con gli altri, indossando sulla pelle o disseminando nelle case i nostri riferimenti culturali.