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Monthly Archives: September 2008

Ci ho messo un po’ a notarli, ma in effetti sono lì da un paio di anni almeno: ragazzini dai capelli lunghi ma non troppo, lisci, ciuffi colorati, vestiti in nero e fluo, converse colorate, teschietti rosa. Popolano le piazze d’Italia e d’Europa, come teschi e borchie popolano gli espositori di Accessorize e Brigitte: una curiosa vena dark-glamour, che non so se interpretare come ultima estrema commercializzazione, o benedire perchè – in fondo – sono cosine così carine.

Scopro dunque che trattasi di una nuova corrente: il movimento, o moda (non entrerò qui nel merito), emo. Breve indagine fra conoscenti e blog: chi sono gli emo? una frequente allucinante risposta è “quelli che si tagliano le vene”. Risposta data, ovviamente dagli outsider, ma che gli insider conoscono bene, e adeguatamente odiano. Gli insider spiegano che emo sta per emotional: sono persone particolarmente sensibili e che non intendono soffocare la propria sensibilità, ma viverla fino in fondo, con tutta la malinconia che questo comporta soprattutto in adolescenza.

Non voglio mettermi a discutere nemmeno della questione musicale, che l’emocore nasca un paio di decenni fa e fosse ben diverso dai Tokyo Hotel come alcuni dicono può darsi ma non mi interessa: mi interessa capire chi sono questi ragazzini stilosi che vedo in piazza Maggiore.

Da un punto di vista estetico l’mmaginario emo è una versione glamour e dolce del dark-punk: teschi, borchie, si, ma brillantinati; abiti neri, si, ma con stelline; niente anfibi ma converse colorate (possibilimente di colori diversi e fluo, e i lacci colorati). Ho letto su qualche blog che secondo una insider “essere emo è un po’ come essere dark, ma molto meno vampiro e molto più Harry Potter“. Bellissima definizione, complimenti all’autrice.

Anche interiormente l’emo ha qualcosa a che vedere col dark… e qualcosa no. Ugualmente triste, ma non ugualmente incazzato. Più romantico. Meno cattivo. Come il dark la corrente accoglie persone che in adolescenza si sentono diverse, magari introverse, magari più meditabonde della media dei coetanei; è un movimento chiuso i cui membri sono ben riconoscibili: ci si può sentire facilmente a casa, si possono incontrare dei simili anche senza conoscerli di persona. Che la spinta ad abbracciare questa moda sia essenzialmente personale e interiore è dimostrato dalle molte dichiarazioni d insider che affermano che emo non si diventa, lo si è: ci si scopre emo, perchè si scopre la propria personalità e la si identifica in questo modo.

E che fine ha fatto la critica sociale, il desiderio di dare fastidio all’establishment che sempre permea le subculture giovanili? E’ una generazione di venduti, questa, che vive di gadget e intimismo, che si nutre della commercializzazione di quelle icone che hanno fatto la storia della ribellione giovanile? O forse la critica sta proprio in questo, nell’appropriarsi di ciò che è ribellione e di ciò che è mainstream, fonderli e adottarli come simbolo egualmente fastidioso per entrambe le parti.

Se il punk sconvolgeva gridando no future e il dark inquieta incorporando la morte nella propria quotidianità, l’emo destabilizza prendendo la morte e rendendola carina. Prendendo Hello Kitty e rendendola morta. Perfettamente in linea con la tendenza alla leggerezza e all’autoironia così forte negli ultimi tempi, e altrettanto in linea con l’importanza dell’apparire come segno dell’essere, del proprio unico essere, che è elemento costitutivo di tutte le subculture.

Ci rimane da vedere se questo sarà un movimento longevo o stagionale: ci saranno emo adulti come ci sono metallari adulti? la moda continuerà anche una volta trascorsa l’adolescenza di questa generazione? Rispetto ai movimenti che si sono dimostrati longevi, che per quanto ne so sono il metal, il goth e il freak, a questo manca forse una base solida in un punto qualsiasi dello spirito umano, musica o letteratura o teoria sociale, ma non è detto che il futuro non dimostri che anche la moda può essere una base sufficiente.

E se volete ancora qualche idea sullo stile emo vi consiglio il blog di Emo Girl, che è veramente carinissimo.

In questi giorni tra Modena Sassuolo e Carpi si svolge l’ormai classico festivalfilosofia, iniziato se non sbaglio 7 anni fa e che richiama un numero impressionante di visitatori nelle piazze emiliane ad ascoltare grandi e meno grandi nomi delle “scienze dello spirito”.

Quest’anno il tema è la fantasia e sabato era la volta di Galimberti, la cui presenza ha raccolto alcune centinaia di persone in tre diversi luoghi di Sassuolo (lui ovviamente era in uno solo, e gli altri in teleconferenza… l’ubiquità non cel’ha nemmeno lui per ora!).  Titolo dell’intervento: Creatività e follia.

Partendo dal presupposto che la ragione è ciò che distingue, che conosce le differenze, in base al principio di identità (una cosa è se stessa e non altro), Galimberti identifica la follia come l’incapacità di identificare queste differenze, e il folle come colui che vive nell’indifferenziato. Il folle, ma anche il bambino nei primi anni di vita e – per alcuni periodi o momenti – l’artista. Nel mondo irragionevole dell’indifferenziato le differenze non esistono: una cosa è se stessa, ed è anche altro. Così per il folle, così per l’artista, che riesce ad attribuire a un oggetto identità multiple. Così per il bambino, che non capisce che un pennarello va usato per scrivere e non per succhiare, perchè è un pennarello e non un biberon.

L’indifferenziato precede il mondo ragionevole dell’umanità: l’indifferenziato è divino, perché il dio, nelle parole di Eraclito, è giorno e notte, guerra e pace, sazietà e carestia. Perciò quando i greci dicono che l’artista è entusiasta, ovvero che un dio vi soffia dentro, dicono che per bocca dell’artista parla l’indifferenziato primordiale. Recuperando – ma senza citarle – le categorie nietzscheane di apollineo e dionisiaco, Galimberti raccomanda che l’artista necessita un’enorme disciplina per poter visitare il regno dell’indifferenziato e riemergerne – altrimenti diverrebbe folle. Il poeta vive l’indifferenziato, e perciò è pericoloso, perciò Platone lo caccia dalla città: perchè quando i significati oscillano e le cose hanno identità multiple, ogni parola è un enigma fonte di inquietudine.

Una poesia di concetti estremamente affascinante, ben raccontata, e capace di pervadere l’uditorio con la sensazione di star toccando le corde profonde dell’essere. Ma – forse per questioni di tempo, forse per non sovraccaricare il pubblico non specialista – molti aspetti importanti mancano da questo discorso.

In primo luogo il fatto che le differenze non possono esistere ontologicamente, come sembra di capire, ma sono per forza di cose negoziate. Il fatto che un sasso sia un sasso e non un albero è chiaro, ma che sia un sasso e non un arma un po’ meno: questo dipende in parte dalla differenza fra identità (ciò che una cosa è), attributi (le caratteristiche che una cosa ha) e l’intenzionalità riversata nelle cose dalla comunità che le vive (il fatto che un pennarello è stato creato per scrivere e un sasso viene o non viene generalmente utilizzato come un’arma all’interno di una data società). Insomma, chiediamoci: quando sono state stabilite le differenze che io, persona razionale, posso riconoscere mentre il folle non può? Esse sono state e continuamente vengono negoziate, perciò il riconoscimento non è mai del tutto tale, non è un ruolo solo passivo, ed è strettamente dipendente dalla cultura.

Un altro punto poco chiaro del discorso di Galimberti è cosa sia alla fin fine cotesto indifferenziato: lui parla del divino, ma voglio dare per scontato che si tratti di una metafora. L’unica entità plausibile che mi viene in mente come regno confuso da cui tutti proveniamo e in cui rischiamo di ricadere con la follia è l’inconscio, ma queso non è stato detto e, considerata la familiarità dello studioso con la psicologia, mi sembra strano che ciò sia casuale.

Galimberti, poi, parla della creatività e qui si ferma: per quanto riguarda l’arte ripete più volte il discorso della tecnica e disciplina, pratiche apollinee necessarie a dominare l’irrazionale, ma non fa menzione dell’essenza comunicativa dell’arte: l’artista – dice lui – è colui che domina l’indifferenziato per parlare non di se stesso ma dell’umano in generale. Posso anche essere d’accordo, ma parlarne non è sufficiente: l’artista è colui che sa comunicare qualcosa di questo tipo ai suoi simili.

Ad ogni modo, per quanto questa poesia di concetti possa essere affascinante, possiamo davvero accontentarci ancora una volta di questa visione romantica dell’artista, ispirato, in contatto col divino, eccetera eccetera? possiamo davvero ancora credere che questa sia l’essenza dell’arte e non una sua ben precisa declinazione storica e culturale attraverso cui cocciutamente pretendiamo di leggere l’arte tutta? Non è possibile, a mio parere, trascurare la dimensione di intrattenimento e piacevolezza dell’arte, la dimensione artigianale dell’essere artista: la perizia ed abilità tecniche, la conoscenza del pubblico, la capacità di interpretare lo spirito del tempo.

Non possiamo a meno che non desideriamo che l’arte rimanga un’eterea entità iperurania, in cui man mano sempre meno oggetti reali potranno riconoscersi, fino a che i filosofi potranno decretare la scomparsa dell’arte dal mondo e scrivervi sopra libri su libri, mentre magari i sociologi cercheranno un nuovo nome con cui chiamare quegli oggetti di narrazione e diletto estetico con cui il popolo tutto insiste ad intrattenersi – pur non trattandosi assolutamente di arte.