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Monthly Archives: August 2008

locandina della mostra

Hanno fatto una mostra sul punk. Oh yes, una mostra in un museo di arte contemporanea, la Kunsthalle di Vienna. Una mostra fantastica, affatto banale, che indaga non solo le radici del movimento, ma anche l’interazione con l’arte e le diverse declinazioni che ha avuto in diverse città – londra, berlino, new york.

Insomma, non si trattava solo di esporre un vinile di Nevermind the Bollocks, ma di spiegare perchè il gruppo simbolo dell’intero movimento fu creato dal niente da due tizi che avevano un negozio di vestiti fetish. Perchè – questa la tesi dei curatori – non era la musica l’importante: la musica era una delle tante possibili espressioni dello spirito del tempo, e guarda caso era l’espressione più immediata, più semplice da fare e da raccogliere, da diffondere, da usare come distintivo.

Io non c’ero, e quindi in realtà non potrei parlare, ma mi piace questa interpretazione, perchè mi spiega molte cose. Mi spiega, ad esempio, l’importanza dell’abito. Col punk il vestire diventa una forma di arte personale, di espressione di sè e di azione sociale; che non vuol dire che “è tutta apparenza”, in senso dispregiativo, ma piuttosto che l’apparenza è la sostanza, l’apparenza è l’azione. In un mondo fondato sull’apparire, il mio inaspettato e inconsueto apparire incide la pelle del mondo, lasciando scoperta la carne viva della possibilità.

Mi spiega anche la persistenza di riferimenti sessuali, fetish e sadomasochisti in alcuni ambienti post-punk: indossare pubblicamente abiti e strumenti tipici di perversioni private è una rivendicazione di libertà all’istinto umano, e trasforma quegli stessi oggetti in strumenti di espressione personale, slegati – in linea teorica – tanto da ideologie quanto da reali pratiche sessuali. Di fronte alla classica ipocrisia della persona per bene che si trasforma in improbabile creatura perversa in camera da letto, si finisce per creare il paradosso uguale e contrario: donzelle che si aggirano per le città in reggicalze e frustino mentre magari non frusterebbero neanche il proprio cavallo. Magari.

Qualcosa di simile è successo anche con l’omosessualità e la bisessualità, che nelle culture underground sono state sdoganate tanto da diventare delle mode. “The queering of punk” è un fenomeno su cui non avevo mai riflettuto, ma che in effetti è più che sensato per spiegare come si è potuti arrivare dai punk brutti sporchi e cattivi alla bambole androgine new wave e new romantic. I due ambienti avevano fin da principio diverse affinità: ugualmente ai margini della società, ugualmente alla ricerca dell’affermazione di un’identità personale, ugualmente creativi. E’ fuor di dubbio che essere o sembrare gay “per moda” non ha senso, ma sbilanciarsi un po’ dall’altra parte aiuta a riequilibrare il piatto alla fine dei giochi.

E così, il punk si trova ormai nei musei. E’ morto. Ma sopravvive, in una tonnellata di subculture, dal metal allo ska, dove la musica rappresenta solo una parte di una visione della vita, un immaginario, un mondo che gruppi di persone costruiscono a propria immagine. Sopravvive negli abiti stravaganti e nelle magliette “target”, nelle case occupate e nei graffiti sui muri, nei sexy shop che sono quasi diventati chic. Sopravvive, soprattutto, al di là dell’età anagrafica, dimostrando che non si tratta di disagio giovanile, ma di dare forma alla propria identità, e nel mentre mantenere sveglia la coscienza del mondo.

Sopravvive anche negli orecchini a forma di lametta venduti nei negozi multinazionali per adolescenti? difficile, difficile domanda…