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Monthly Archives: May 2008

Chi ha inventato la musica industrial? Chi per primo ha pensato di fare musica con i rumori? Vi aiuto: non sono gli Einsturzende Neubauten, e non sono i Throbbing Ghristle, e non sono i Cabaret Voltaire. Non sono dei tedeschi, non sono degli americani, non sono degli inglesi. E’ un italiano. Un futurista.

Ovvio, come abbiamo fatto a non pensarci prima! Per lo meno questo è quello che ho pensato quando l’ho scoperto grazie a sua maestà Blixa Bargeld, che durante lo scorso concerto degli Einsturzende a Bologna, durante l’azzeccatissima Let’s do it a dada, ha buttato lì col suo leggerissimo accento tedesco “Un omaggio a Luigi Russolo”… il pubblico ha gridato e delirato come è giusto che faccia il pubblico, ma sono straconvinta che tutti come me si sono chiesti chi caspita fosse Luigi Russolo – ammesso e non concesso che avesse detto proprio così e che il nome non fosse un altro.

Ebbene, il signor Luigi Russolo, musicista e figlio d’arte, teorizzo la musica fatta con i rumori, e costruì l’apposito intonarumori: una serie di scatole di legno contenenti vari marchingegni che producevano e amplificavano diversi tipi di suono una volta azionati con un bottone. L’intonarumori si esibì in alcune performance con Marinetti & friends e può essere collocato senza fare torto a nessuno in cima all’albero genealogico dell’industrial.

intonarumori

Signore Marinetti…. già tornato dall’Abissinia? Immaginava, signor Marinetti, che l’Abissinia e l’interventismo sarebbero costati così cari al Suo movimento? Immaginava, signor Marinetti, che l’Italia in piena decadenza culturale del secondo millennio avrebbe tanto faticato a riconoscere i meriti Suoi e del Suo movimento, che ancora dopo cento anni è vera avanguardia e informa tanta parte dello spirito artistico contemporaneo?

Alla mostra sulla Cina contemporanea al Palazzo delle Esposizioni a Roma è esposto anche questo video (beh, non proprio identico, ma il succo è quello): una secondo me efficacissima rappresentazione simbolica di ciò che compone il mondo cinese di oggi. Un’enorme ruota di bicicletta piantata nel nulla, il fiume che finisce in un grande cesso giallo, Mao che affonda, costruzioni sbilenche e affollate, gru, ciminiere, autostrade, treni, razzi sparati a ciclo continuo, uno sproporzionato elmetto da cantiere, stelle, bandiere rosse e un panda che galleggia sopra tutto.

Oltre che più o meno azzeccata – questo dovrebbero dircelo i cinesi – questa opera è un fantastico esempio dell’unico scopo per cui è davvero interessante Second Life: un motore pubblico per la creazione autonoma e l’esplorazione di ambienti tridimensionali e interattivi. Uno strumento per un’espressione artistica complessa e ricercata, che si sviluppa su 4 dimensioni più l’imprevedibilità dell’interazione live.

Fa però riflettere che la modalità ultima di fruizione di una simile opera non sia di fatto l’esplorazione in prima persona tramite un avatar in Second Life, ma un video – un machinima per essere precisi. Ciò è dovuto in parte al fatto che è ben più semplice fare play a un video che andarsene a spasso per Second Life – cosa che richiede hardware, software, credenziali, abilità, tempo. Ma a parte tutto, quanto avremmo compreso di questa città simbolica con una fruizione diretta? Avremmo davvero apprezzato gli accostamenti e le interazioni fra gli oggetti senza essere guidati dall’occhio esperto di chi l’ha progettata e ne conosce gli intenti? La mano dietro la telecamera virtuale svolge un po’ il ruolo del narratore che, più o meno scopertamente, ci conduce attraverso un mondo nuovo, permettendoci di comprenderlo e mostrandocene i lati interessanti.