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Monthly Archives: February 2008

Non avremo distrutto tutto, se non distruggeremo anche le rovine. (Alfred Jarry)

Forse i miei 5 lettori ricorderanno di quella volta in cui sono riuscita con un bel salto pindarico a passare da Kierkegaard alla patafisica di re Ubu, ed in quell’occasione citavo la messa in scena di Ubu incatenato fatta da Fortebraccio teatro, una compagnia teatrale italiana a mio parere veramente d’eccezione: l’unico attore in scena ha grande talento – sa giocare con le parole la voce i gesti e le emozioni – , le musiche sono azzeccate e coinvolgenti, lo stesso si può dire delle luc, e degli effetti speciali ricercati, d’impatto, sempre significativi e mai fini a se stessi.

Per condividere col mondoblog la mia scoperta ho cercato su youtube e ho scoperto con piacere che no, nessuno ha osato andare a teatro a filmare lo spettacolo per poi metterlo online, ma esiste una vera e propria rielaborazione per video, a cura di dn@, proprio di Ubu incatenato – la più tecnologica delle loro realizzazioni, almeno per quanto ne so.

La mia stima per Fortebraccio cresce quindi un bel po’ nel vedere che riconoscono la specificità dei diversi media e sanno, come artisti, sfruttare al meglio ciascuno di essi (beh, almeno 2 di essi), tenendo fede al significato dell’opera e senza cedere a banali trasposizioni.

Quindi, bravi a Fortebraccio, bravi a dn@, e andataeli a vedere se passano dalle vostre parti. Io intanto aspetto che gli venga in mente di realizzare qualcosa di solo audio – eventualità non poi così lontana dopo l’ultimo spettacolo, Radiovisioni – per potermi riascoltare a piacimento la voce di Roberto Latini che su un potente sfondo techno grida “Che c’è? … dice la mano alla testa … sei pazza!


Meglio tardi che mai: finalmente eccomi a raccontarvi che dice questo libro che ho iniziato con tanto entusiasmo e mi sono sentita consigliare persino da Bruce Sterling (!). Questa però non sarà esattamente una recensione: non voglio tanto consigliarvi o sconsigliarvi il libro, ma raccontarvi che cosa vi si dice.

Il primo approccio devo dire che mi ha quasi un pochino delusa, perchè sembrava parlare più di marketing che di arte. E poi tutto il primo capitolo è su Survivor, che è un reality show, e il secondo su American idol: non proprio il mio ideale! Ma non ho desistito e ho quindi capito che buona parte della teoria di Jenkins esposta in questo libro ha a che fare non tanto con la creazione di mondi come pratica artistica, quanto con l’intelligenza collettiva e distribuita – da qui i fan di Survivor, che, sparsi per le Americhe, raccogliendo ciascuno informazioni con i propri mezzi (chi va in vacanza nelle location del reality, chi per mestiere ha accesso a immagini satellitari, chi si trova nella città in cui si fa un casting, chi surfa il web intero alla ricerca di notizie e foto…) riescono a mettere assieme una non indifferenarite quantità di conoscenza, che mette a rischio la segretezza dello show ingaggiando una sorta di duello tra fans e produttori. Un fenomeno analogo lo possiamo vedere attualmente nei fan sites di Lost, che per gusto personale trovo decisamente più interessante di Survivor.

Al di là dell’oggetto specifico a cui è applicata l’intelligenza collettiva “attivata” dalla rete che vediamo all’opera nei fan sites ha enormi potenziali che potrebbero essere impiegati anche per altri argomenti, come la politica e l’attivismo sociale. Una tesi di Jenkins è che la fan culture è il modo in cui la nostra società si sta allenando a pensare ed agire collettivamente, per poi applicare queste abilità a contesti più legati alla vita quotidiana di ciascuno – sempre se avremo le capacità e la volontà per farlo.

Accanto all’intelligenza collettiva, l’altro grande tema di Jenkins è – guarda un po’ – la convergenza, ovvero come le grandi major, ma anche i gruppi autogestiti di fan, riescono a sfruttare le specificità dei diversi mezzi comunicativi ed espressivi fino a creare un mondo completo, variegato ed immersivo, in cui ciascuno può trovare qualcosa che gli si confà, esplorarlo di più o di meno a seconda dei propri gusti, accedervi dal mezzo che preferisce.

Questa operazione può naturalmente essere più o meno riuscita: ci sono ad esempio film che vengono semplicemente tradotti negli altri media, limitandosi a ripetere gli stessi contenuti in altra forma, mentre ci sono franchise un po’ meglio studiati che danno attraverso ciascun medium la possibilità di esplorare parti del mondo della fiction altrimenti nascoste, come il videogioco o i corti di Animatrix rispetto a Matrix o come la Lost Experience e Find815 in Lost. In questo caso non solo la specificità dei mezzi viene riconosciuta e sfruttata al meglio, ma si dà alle persone un motivo per seguire il franchise se non nella sua interezza almeno in diverse espressioni: perchè dovrei prendere il videogioco se ho già visto il film e non sono un appassionatissimo giocatore? Magari perchè nel videogioco imparerò cose che nel film sono sottintese, conoscerò personaggi che nel film sono solo comparse e così via.

Altro tema portante è quello scottantissimo dei diritti d’autore: le grandi storie narrate dai grandi franchise diventano parte della cultura popolare, che tende ad appropriarsene e farne quel che preferisce, rielaborando parodiando e rischiando costantemente di diventare scomodi ed essere ostacolati da chi detiene il diritto d’autore. Ma perchè non possiamo fare dei personaggi di Walt Disney quel che ci pare, dal momento che lui ha fatto quel che gli pareva dei personaggi dei fratelli Grimm? A questo proposito non mi dilungo, ma vi consiglio questo simpatico video, dove Molly Bloom esce dalle pagine dell’Ulisse di Joyce per lamentarsi di come vengono calpestati i diritti dei personaggi:

Tutti e tre questi temi vengono affrontati da Jenkins con una quantità di esempi pratici e studi sul campo, anche se spesso il discorso può risultare estraneo al lettore italiano in quanto molto calato nella realtà americana.

Può sembrare “moralmente” critica la stretta connessione fra la creazione di mondi (pratica artistico-letteraria) e il franchise come sistema per vendere più cose e fare più soldi (pratica di marketing e business), ma riflettendoci ho deciso che non lo è: l’arte deve far soldi, se no come può sopravvivere e fare opere grandiose? Il fatto che dietro un’opera ci sia una grande multinazionale non la rende necessariamente una cattiva opera – anzi , spesso il difetto di molte creazioni di casa nostra è che sono troppo fatte in casa, a costo semizero, e zero ambizioni. Senza contare che alla fin fine è il contenuto a far da discrimine: gli esperti potrebbero organizzare il franchise migliore del mondo, ma se il pubblico non lo trova interessante ci sarà ben poco da fare. Abbiamo ancora bisogno di grandi storie.