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Monthly Archives: November 2007

Qualche tempo fa feci un test suggerito da Lobotomia per sapere che carta dei tarocchi sono (non ve lo siete mai chiesto, vero?? nemmno io!) e la risposta fu: l’eremita. Purtroppo il test non è più online, quindi non potrete vedere la bellissima carta corrispondente; ma il punto non è questo, il punto è che ci aveva azzeccato (nonostante avessi mentito alla prima domanda: “Di che sesso sei?” “A Maschio, B Femmina, C Indefinito”. Risposi C solo per il gusto di usare una risposta nuova).

l'eremita

Non sono di quelle persone che sono sempre in giro, tirano tardi e fanno casino. La mia teoria è che uscire è bello se c’è qualcosa da fare. Un concerto, una mostra. Una cena per chiachierare. Andare semplicemente a stordirmi mi sembra una perdita di tempo, quando ci sono così tante cose interessanti da fare a casa. Leggere, guardare un film, scrivere. Litigare con il mio LinuxPC. Pensare. Perchè uscire per forza?

Ed ora come possiamo non farci venire in mente come la quantità di cose interessanti che si possono fare a casa è negli ultimi tempi cresciuta a dismisura? Prima per i film si andava al cinema, ora non c’è nemmeno bisogno di arrivare da Blockbuster. Idem per la musica. E che vogliamo dire di internet? E’ un intero vastissimo mondo alla portata dei miei polpastrelli digitanti. Roba da perdersi per ore. E ore. E ore.

cyberspazio

A questo punto mi spunta fra i neuroni l’obiezione contraria: ma fuori c’è il mondo vero. Fisico. L’aria, i profumi, le cose da toccare. Quello che puoi fare a casa è invece un viaggio nella mente umana. Nei mondi creati da altre persone. Costruiti proprio per te che li vai a visitare, che ti accolgono e ti guidano a spasso per le loro vie, e non hanno altro scopo che questo.

E una città, invece, ha altro scopo? Non è anch’essa un mondo artificiale, costruito dall’uomo per l’uomo, a suo uso e consumo? Un locale, una mostra, non sono mondi artificiali che esistono solo per te che li vai a visitare?

In fondo trascorriamo quasi la totalità del nostro tempo a giorvagare per il nostro stesso cervello (nostro come specie, s’intende, non come individuo). E mi chiedo: è male questo? E’ forse deprivante in termini di esperienza? Sarebbe estremamente facile dopo queste riflessioni sprofondare in terrori alla Matrix: facciamo solo cose previste e preordinate, costruita da altri per noi, il grande fratello ci guarda e ci guida!

hal 9000

Io sono un po’ scettica riguardo a queste posizioni, perchè le trovo troppo semplici ed autoassolutorie: il mondo è cattivo, siamo vittime raggirate, e quindi lamentiamoci. Preferisco allora mantenere una più alta stima di noi come esseri umani e pensare a quanto si dice negli ultimi tempi (negli ultimi decenni in verità) dell’esperienza artistica: lo spettatore crea l’opera d’arte interagendo con essa, dall’interazione tra la mia mente e la mente di chi ha creato ciò che mi è di fronte nasce qualcosa di unico. L’oggetto stesso è modellato dal mio esperire e da esso dipende: non sarebbe lo stesso senza di me, di noi.

Perciò non credo che il nostro vivere esclusivamente in mondi artificiali ci renda cognitivamente più poveri, tutt’altro. Io, almeno, adoro esplorare la mente umana. E non mi sento affatto manipolata. E ho anche qualche dubbio che riusciremmo mai a vivere in un mondo non artificiale, nel senso che lo vivremmo sempre come se lo fosse. Pensate a quelli di Lost, che si trovano su un’isola sperduta e pure lì riescono a pensare che ci sia un disegno che li governa! Perchè in fondo abbiamo bisogno di sentire che il mondo intorno a noi ha uno scopo, e preferibilmente ha uno scopo per noi: altrimenti perchè inventare le divinità?

Quindi, se le cose stanno così, tanto vale vivere in un mondo fatto dai miei simili, che credere di vivere in un mondo fatto da dio, che poi mi tocca incolparlo o ringraziarlo per ogni cosa che succede.

Oggi, al festival Cronobie, ho avuto il piacere di ascoltare Giuseppe O. Longo (per cosa stia la O. non l’ho mai capito), scienziato e studioso di “scenari” in cui – un po’ come gli autori di fantascienza – dando forma a futuri possibili indaga il nostro rapporto attuale e futuribile con la tecnica e con noi stessi. Perchè il modo in cui vediamo le macchine (che sono altro da noi, sono le nostre creature, sono la materializzazione del nostro intelletto ed altro ancora) dice molto del modo in cui vediamo noi stessi, e del modo in cui intendiamo gestire il nostro futuro.

In particolare, un aspetto che mi colpì delle riflessioni di Longo quando lessi il suo Homo technologicus, è l’attenzione – certo non unica ma per lo meno rara –  per i diritti di questi altri che sono le macchine, per i doveri che abbiamo o avremmo noi nei loro confronti. Il dovere di Frankenstein verso la sua creatura, se vogliamo; il rifiuto del quale è fra l’altro all’origine di tutte le disgrazie che sappiamo.

parasite dollls da anime japan

Insomma, se creiamo una machina in grado di soffrire, di desiderare, di pensare, avremo delle responsabilità nei suoi confronti, no? Perchè dovremmo creare qualcosa del genere, un nuovo essere dolente? E una volta creato, non saremo noi responsabili del suo dolore? Della sua sofferenza, nel caso che le avessimo instillato un desiderio che – per natura o fatalità – non può soddisfare?

Ho sempre trovato questo pensiero molto suggestivo, e senza dubbio degno di essere considerato. Credo che la roboetica abbia effettivamente un suo perchè, anche se è possibile che non ci serva mai (perchè è possibile che mai avremo automi pensanti e desideranti)… ma nel caso un giorno ci trovassimo ad averli, sarà bene averci fatto una pensata per tempo.

 Oggi però mi sono chiesta un’altra cosa. Mi sono chiesta: ma come facciamo noi a sapere che soffre? Quando si tratta di un essere umano, noi comprendiamo i sentimenti altrui sulla base essenzialmente di due elementi: i sintomi, ovvero il modo in cui si comporta, le sue esternazioni, le parole usate, sono simili a fenomeni che conosciamo anche in noi stessi, e li conosciamo legati ad alcune particolari sensazioni. Se a questo aggiungiamo la consapevolezza che si tratta di un nostro simile, e che quindi presupponiamo che “funzioni” in modo simile a noi, ecco che capiamo i suoi sentimenti, che proviamo compassione, per quanto ci sia in realtà impossibile comprendere e provare realmente le stesse sue sensazioni.

Nel caso di una macchina ci sono modi precisi in cui noi riusciamo a farle emulare alcuni comportamenti particolari, come i desideri – che secondo molte interpretazioni sono alla base del dolore. Programmiamo l’automa per ricercare una certa condizione, ad esempio la luce, e gli facciamo, ad esempio, emettere un suono e muoversi incessantemente se non la trova. Questo simula piuttosto bene il desiderio, e la ricerca di una soddisfazione.

Ma lo simula o lo è?

Non dimentichiamo poi che non solo questo comportamento è programmato deliberatamente per simulare il desiderio, ma anche noi in quanto spettatori siamo portati a interpretarlo come tale, perchè tendiamo a proiettare sugli oggetti esterni le categorie che ci riguardano.

Quante volte, ad esempio, ci è capitato di dire che il computer “s’incazza” o “si lamenta” se non rispettiamo una certa procedura? Evidentemente è il nostro modo di interpretare e renderci familiari i meccanismi di funzionamento del pc, ma nessuno di noi crede seriamente che la macchina abbia provato un qualche sentimento.Se però un comportamento come quello sopra descritto è applicato a qualcosa di minimamente somigliante a un essere vivente, in particolare se dotato di voce, ecco che molto più facilmente non dico che crediamo che soffra, ma magari ci urta sentirlo, perchè tende a commuoverci: ci stimola a pensare che soffra. Ci stimola compassione.

Ecco, ora mi chiedo: come faremo a capire quando le nostre macchine penseranno, ameranno e soffriranno? Come potremo essere sicuri che non ne stanno solo mostrando i sintomi, che noi abbiamo ben studiato e ricreato?

Credits: L’immagine è la copertina di Parasite dolls, un anime dove andreidi create per essere schiave sembrano ribellarsi, ed una di loro sembra pensare, amare e soffrire.