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Mi è capitato di assistere, durante il Biografilm festival di Bologna, a un incontro intitolato a Second Life . Gli ospiti annunciati non erano tutti presenti, e alla fine non si è parlato un granchè di Second Life, ma piuttosto di quello che viene chiamato web 2.0, il web creato dagli utenti, di videoblog come nuova forma di espressione e in genere di come tutto questo, questa tecnologia, questo modo di vivere ci sta mutando.

L’ospite più interessante, secondo me, era Franco Berardi ‘Bifo’, che ha opinioni originali e tante cose da raccontare… lui c’era a Radio Alice, e questo lo sapevo, ma – ho scoperto all’incontro – c’era anche negli Stati Uniti quando la rete stava nascendo, materializzazione di un sogno anarchico finanziata dall’esercito (è bello che a volte succedano anche queste cose 🙂 )… e sì, lo ammetto, mi fa un po’ invidia!!

Fra l’altro, a proposito degli anni in cui la rete nasceva, Berardi ha citato un libro, The network revolution di Jaques Vallée, un informatico che lavorava proprio in quell’ambiente e quel periodo… spero di trovare prima o poi tempo e modo di leggerlo, per vedere cosa pensava del futuro, ovvero del nostro presente, chi questo presente ha costruito.

A proposito della tecnologizzazione, però, quello che sembrava preoccupare, o per lo meno interessare, più di tutto Berardi è che questa giovane generazione sta crescendo priva di affettività, con uno scollamento inedito fra comunicazione e corporeità, ‘imparando più parole da una macchina che dalla mamma‘, riprendendo un’analisi fatta a suo tempo (anni ’70?) da un sociologo a proposito della televisione. Emblema momentaneo di questa generazione sarebbe il ragazzo protagonista del massacro al Virginia Tech, a sua volta vittima… di cosa? evidentemente dell’ambiente, della società, ecc ecc.

A parte il fatto che mi è piaciuto molto questo accostamento, inaspettato e anche coraggioso, non mi trovo d’accordo sul resto dell’analisi. E’ vero che l’uso che facciamo della tecnologia porta in sè molto spesso un allontanamento dalla corporeità: abbiamo visto migliaia di volte sullo schermo morti ammazzati e ogni genere di scena più o meno violenta, senza averle mai viste nella realtà, ormai le abbiamo a noia e probabilmente la volta che le vedessimo davvero faremmo fatica a renderci conto che non si tratta di un film, faremmo fatica ad avere una reazione cosiddetta normale.

Però non di questo, non dei film, parlava Berardi, ma piuttosto del fatto che oggi sempre più si comunica tramite calcolatore, in assenza del contatto corporeo. E che questo porti a un calo dell’affettività secondo me è semplicemente falso: per come sono oggi le tecnologie informatiche e web, io trovo anzi che permettano un certo recupero della corporeità. Oggi abbiamo la risposta immediata, abbiamo la possibilità di comunicare non solo con parole scritte ma anche con grafica disegni foto suono video, abbiamo – esempio banale – le emoticons, che sembrano una sciocchezza ma in realtà aiutano molto a restituire alla comunicazione scritta un po’ dell’immediatezza e dell’emotività della comunicazione de visu. Perdonatemi ma non riesco proprio a capire come tutto questo possa essere più astratto e scorporato di una lettera scritta a mano, che arriva a destinazione nel migliore dei casi in alcuni giorni, e la cui risposta si farà attendere almeno una settimana. Niente in contrario alle lettere, è una forma di comunicazione che ha la sua bellezza e le sue peculiarità, ma che sia più corporea proprio no, non posso dirlo!

A volte, poi, mi sembra che esageriamo nel valutare le novità portate dalla tecnologia, ci sembra tutto inedito ed inusitato, quando magari sono cose che, in diversa forma, abbiamo già sperimentato… in fondo, non sono secoli che l’uomo impara più parole dai libri che dalla mamma? e che differenza farà mai se la macchina cambia di forma? anzi, se la macchina recupera l’audio l’uomo imparerà non solo parole ma accenti, inflessioni, le personalità di chi le pronuncia. Se poi i contenuti sono peggiori non è certo colpa del mezzo con cui vengono espressi.

Il modo in cui un nuovo mezzo apre la strada a nuove forme di espressione è stato un altro punto particolarmente interessante della mattinata, approfondito soprattutto dal moderatore, Bruno Pellegrini. Col videoblog nascono nuove forme di espressione, si sviluppa ad esempio la forma del cortometraggio (nessuno videoblogga filmati di due ore!), viene particolarmente sperimentata la ripresa dal vivo di vita quotidiana, per il motivo banale che se io, pinco palino qualsiasi, ho in mano una videocamera, difficilmente potrò fare molto più che riprendere qualcosa che ho intorno… difficilmente potrò fare Star Wars (anche se con un po’ di impegno… gli artisti sono pieni di risorse e di inventiva!).

Da questo discorso è emersa una domanda cruciale: nascono davvero nuovi formati, o ci si limita a scimmiottare i formati già affermati dalle grandi produzioni, tv fiction reality e quant’altro? A questo punto mi è sembrato che la discussione si dividesse tra gli ottimisti (“la spontaneità, nell’ambiente della rete, non può essere messa a tacere”, scusate la banalizzazione) e i pessimisti-complottisti (“alla fine vincono sempre i grandi”, e ri-scusate la ri-banalizzazione).

Personalmente sto più con gli ottimisti, ma mi interessava fare una precisazione un po’ meno politica, al di là della contrapposizione grandi compagnie/singoli cittadini, a proposito di che significa in effetti forme di espressione nuove. Difficilmente, io credo, può d’un tratto materializzarsi qualcosa di completamente nuovo, mai visto, soprattutto per quanto riguarda i prodotti culturali. Chi li realizza, infatti, ha per forza di cose visto altro e ha per forza di cose i suoi modelli, più o meno consci, nelle altre ‘vecchie’ forme espressive. In questo senso lo scimmiottamento non mi sembra poi una cosa così grave: è ovvio che si cominci cercando di realizzare qualcosa che si rifa, bene o male, a canoni noti. Poi la diversità dei mezzi, la diversità della mente di chi crea, le limitazioni della tecnica spingeranno affinchè si creino soluzioni nuove, idee nuove, risultati in parte simili e in parte diversi dai modelli iniziali. Anche il cinema ha cominciato scimmiottando il teatro e i trucchi da circo, e così la televisione.

Per finire questo post già fin troppo lungo, una parola per gli altri ospiti (quelli che c’erano!); non ne parlo più a lungo non perchè non fossero interessanti ma perchè non ho nulla da polemizzare 😉 !

Roberto Grassilli ha raccontato l’esperienza di Clarence, una città virtuale e fumettistica ideata quando ancora i mezzi tecnici non le permettevano di nascere. La storia è bella come tutte le storie di pionieri e di chi ha cercato di costruire un sogno, peccato per lo stato attuale di Clarence, un semplice portale che non rende affatto l’idea che l’ha originato. Per avere un’idea di com’era, cliccate la sezione Duri a morire, sotto Satira!

Infine Paonessa ha presentato il progetto ‘Il mio paese 2.0’, l’italia raccontata dagli italiani tramite videoblog… un’idea interessante, sicuramente difficile la selezione e il montaggio… non sarò cattiva e non farò notare il basso costo di produzione, che non è certo un motivo per giudicare a priori un’opera.

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