Skip navigation

Monthly Archives: June 2007

Questa di Huff è un’altra sigla che trovo splendida… sono convinta che gli autori siano gli stessi di quella di Nip/Tuck, ma non riesco a trovare notizie certe.

Penso che la vera videoarte sia questa, che decenni di sperimentazione fatta dalla “videoarte da galleria”, concettuale, incomprensibile e piena del suo essere arte, ma anche piena di curiosità e di coraggio, siano finalmente maturati, unendosi alla lunga esperienza del cinema e della televisione, trovando la giusta misura per creare qualcosa che abbia un senso e sia accessibile anche senza aver studiato arte e sia bello e dia delle sensazioni e non sia banalmente narrativo.

Per la cura e l’inventiva con cui sono realizzate, queste sigle non sono più semplici appendici dell’opera principale, il telefilm, ma sue rielaborazioni, opere a sé stanti che esprimono in modo diverso, con un diverso linguaggio, lo stesso concetto che è l’anima del telefilm.

E’ un po’ l’idea dello sviluppo collettivo della narrazione che portano avanti i Wu Ming: un’opera non è compiuta e finita di per sè, un’opera realizzata da un qualche autore è solo l’inizio, lo spunto per mille altre opere. Certo, una sigla non è esattamente una produzione spontanea e disinteressata, ma questo non mi sembra poi un elemento fondamentale.

Un intervento interessante, ancora di Wu Ming, a proposito di telefilm e cultura pop è qui , ed io sono pienamente d’accordo con la tesi sostenuta: è fra i telefilm e le altre produzioni cosiddette ‘pop’ che va rintracciata la nostra cultura, la nostra nuova arte, ed il solo fatto di avere successo non rende una qualsiasi opera meno degna di attenzione seria e meno degna di essere considerata. E’ questo mondo, questa arte che plasma ed esprime le nostre menti, e non sempre e non per forza le plasma male.

Trovo questa sigla davvero bella, sia per le immagini che per la musica, e per la perfetta coerenza con il telefilm.

Un manichino che ha preso vita: è un po’ questo l’ideale di bellezza a cui dovremmo avvicinarci. Intervenendo sul nostro corpo come su un macchinario, un oggetto che si può modificare e personalizzare a piacimento rendiamo artificiale il nostro corpo per avvicinarlo all’ideale artificiale che ci siamo costruiti.

Non so se avete letto La sposa meccanica di McLuhan… lui (anni ’50) già notava che l’ideale di bellezza femminile è un ideale meccanico, innaturale quanto può essere innaturale la postura di un corpo su tacchi di 10 centimentri… eppure lo troviamo bello. Troviamo bello ciò che è artificioso, e vogliamo diventare artificiosi noi stessi, per essere belli.