Non penso che si possa immaginare niente di più gotico del duomo di Colonia. E vi giuro che la foto non è ritoccata.
Praticamente qualsiasi cosa è apprezzata purchè non banale. I semplici jeans-e-maglietta neri facevano da sfondo a elaborati completi in colori fluo, ingombranti abiti similmedievali, pizzi, pvc, bustini, calze a rete, occhiali da saldatore, extensions in plastica, stivali pelosi, catene, lacci, nuda pelle, veramente qualsiasi cosa purchè creativa.E tutti lì con la massima tranquillità, a guardare e fari guardare. Una parata di cosplay dove ciascuno inventa il suo personaggio. Una sfilata, sì, ma senza il chiacchiericcio acido di sottofondo che spesso si percepisce in Italia; e senza più nemmeno quel senso di ostilità verso il resto del mondo che spesso si accompagna alla volontà di essere diverso e al sapersi osservato e giudicato.
Non si respirava tanto l’opposizione alla normalità – se non in qualche battuta sulle t-shirts, come “come on and hate me” o “le persone normali mi fanno paura” – quanto la gioia di vivere per pochi giorni in un mondo a propria immagine e somiglianza, dove puoi essere abbastanza particolare da essere notato – altrimenti verrebbe meno buona parte del divertimento
– ma mai tanto diverso da essere rifiutato.
La materializzazione di un mondo se non nuovo per lo meno diverso è resa più concreta dal fatto che era rappresentato praticamente tutto l’arco generazionale, dagli 0 ai 50 anni: famiglie intere che concretizzano la possibilità di un diverso modo di vivere, che non implica l’adattarsi a standard altrui. I bambini giocavano sul prato indossando magliette con scritto “my dad rocks” e cantavano le canzoni dei concerti seguendo il resto pubblico sulle spalle dei genitori, le orecchie adeguatamente protette dai tappi; avevano peluche a forma di pipistrello e di draghetto, ma anche magliette rosa e orsacchiotti: non una diversa omologazione, ma davvero più libertà.
E per chi pensa che la filosofia non abbia influssi sulla realtà, c’erano almeno due gruppi che cantavano dio è morto in modo inequivocabilmente nietzscheano. La canzone di Oomph dice proprio, tanto per essere chiaro, che dio è morto, noi l’abbiamo ucciso. ecco il nuovo dio: io sono il nuovo dio.
E tredicimila persone cantavano questo, senza l’astio degli atei nostrani, ma con la soddisfazione di poter gridare e condividere la propria verità, senza doversi difendere con le unghie e coi denti da accuse di eresia, sospetti di nazismo, giudizi di disadattamento sociale.
Infine, altri tre punti di grandissima soddisfazione:
1- mai visto un festival più civile, con un tasso pari quasi a zero di ubriachi o strafatti e con dei bagni così belli puliti e ordinati anche alla fine dell’ultimo giorno che gli autogrill italiani se li sognano.
2- in 48 ore di feste dark non ho sentito neanche una canzone dei Cure. Nè Siouxsie, nè Joy Division, nè Bauhaus. Niente che avesse più di 10-15 anni. A parte i Depeche Mode, si intende.
3- i giornali locali – i giornali di Colonia e della regione, non le fanzine – hanno riportato tranquillissimi e quasi entusiasti articoli che recensivano le band e raccontavano la festa. Zero lamentele, zero recriminazioni, zero timori. Che a sentirlo da un paese dove chiudono i parcheggi di San Siro quando suona Springsteen sembra più irreale di un invisibile unicorno rosa.


“Amici, volete bere con uno già ubriaco? Alcibiade è venuto a salutare Agatone…” Così inizia il Simposio di Platone messo in scena da 