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Le bamboline voodoo. Le barche fatte con le scarpe, gli orecchini fatti con i lego. Le collane di tubi e bulloni. I gioielli da bancarella, fatti da ciascuno con la sua particolare tecnica e stile, pagati a grammi di argento e ore di lavoro.

Artigianato più o meno a basso costo, fondato sulla creatività, modellato sull’abilità dell’artefice e le richieste del pubblico, in grado di offrire a chiunque il gusto del pezzo unico

Come le grandi celebri opere d’arte, questi oggetti ricercano la bellezza; incarnano una sensazione o un pensiero che alcune persone possono sentire come proprio; sono frutto di abilità e perizia tecniche; contengono magari alcune innovazioni o idee originali; e danno a chi l’acquista l’opportunità di rimarcare la propria individualità esibendo un oggetto più o meno unico, più o meno capace di raccontare qualcosa a proposito di chi lo possiede.

Già il design ha portato l’arte nelle case di tutti – mancava l’unicità, simulata dal prezzo dell’oggetto, inversamente proporzionale all’eventualità che altri lo possiedano. Ma soprattutto il design ha portato, nel cuore di persone appartenenti a qualsiasi classe sociale, la possibilità e quindi il desiderio di circondarsi di cose belle.

Cose belle che però devono avere un senso, un’utilità, per quanto minima. Rivolgendosi a persone che non hanno la possibilità di piazzare una statua nel mezzo di un giardino enorme, o di riservare un’intera parete a una novella Guernica, l’arte deve rivestirsi di utilità, o meglio: deve rivestire oggetti utili di bellezza e significato. Orologi, lampade, sedie. Gioielli, fermacarte, portafoto. Abiti, borse, accessori. Cose che si possono usare, che possono far parte della vita quotidiana, che portiamo con noi e attraverso cui esprimiamo agli altri il nostro sentire.

Un milione di piccoli oggetti fra loro simili ma diversi tramite cui ci differenziamo e troviamo affinità gli uni con gli altri, indossando sulla pelle o disseminando nelle case i nostri riferimenti culturali.

Il primo marzo il mio centro sociale preferito, il Crash, ha ospitato una serata intitolata Metropolis: tema la città, come sfondo un sapiente montaggio di film che potete immaginare, accompagnamento musicale live, ospiti illustri tra cui Stefano Benni e Roberto “Freak”  Antoni. Una bella serata, che mi ha anche dato occasione di meditare un poco a proposito del demenziale durante l’ultima performance, quella di Mr Skiantos, rimodulata in veste semi-intellettuale dall’accompagnamento di serissima musica contemporanea al pianoforte.

La scelta delle letture esplora un po’ tutte le modulazioni del demenziale, dal banalmente volgare de Il nano e il gigante, al classicissimo “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, e se la fortuna ti abbraccia quasi sicuramente ha sbagliato persona”

La sfiga

Ma passando anche per Majakovskij, con una naturalezza estrema, senza dare al pubblico alcun indizio su cosa sia serio e cosa invece sia… demente.

Compagno Dio

Il che obbliga il pubblico a stare sempre all’erta, passare ogni parola al vaglio critico per decidere – personalmente – se prendere la frase sul serio, prenderla come una semplice cazzata, o come una cazzata a sfondo serio, o come una frase apparentemente innocua e magari anche seria, che però sarà la premessa per la prossima cazzata.

Il solo fatto di star guardando uno show che ci si aspetta demenziale mette il pubblico in condizione di epochè, di sospensione del giudizio, di dubbio metodico. Instilla la diffidenza nel rapporto tra ascoltatore e performer, e stimola il senso critico nello spettatore, rendendolo più attivo, meno disposto a credere. Attento a cogliere la battuta, ma anche a valutare la serietà dei concetti, che si nascondono dietro la battuta, o soltanto dietro l’aspettativa di ascoltare demenzialità.

L’avanguardia