Ho una borsa. Una ventiquattrore di un non meglio precisato materiale artificiale, con varie sezioni. Tasca piccola, tasca grande, porta penne. Sul lato c’è uno scomparto verticale in pelle preformata semirigida con una zip sul lato lungo.
A che diavolo serve?
Ci ho messo gli occhiali. Il portalenti. Fazzoletti di carta, trucchi. Un po’ quello che mi veniva in mente e che magari poteva avere giovamento da un qualcosa di semirigido intorno.
Fino a che non è arrivato il Grande Interprete Tecnologico che mi ha guardato come una demente e ha detto “ma è ovvio: questa è fatta per l’alimentatore del pc”.
Logico. sta sul fianco di una ventiquattrore tarata per un portatile 17 pollici. Nella tasca grande ci va un portatile 17 pollici. Nella tasca semirigida laterale ci va l’alimentatore per il portatile 17 pollici, che è lungo e rettangolare e ha notoriamente necessità di essere riparato dagli urti con una custodia semirigida.
Io ho appreso in quel momento che l’alimentatore di un pc non gradisse eccessivamente gli urti – ma ho pensato bene di sorvolare su questo aspetto per non peggiorare la mia posizione.
OK: ci metto l’alimentatore.
Dopo qualche tempo passa la mia Fashion Sister (non che ne abbia altre, ma può avere altri ruoli), vede la mia borsa e dice “dai che figata! ha anche la tasca per l’ombrello!”.
Ombrello?
“Ma certo, questa è evidentemente fatta apposta per quegli ombrellini richiudibili, vedi che ci sta preciso?”
Vero, ci sta preciso.
Per entrambi era lampante non che la tasca potesse essere utilmente usata per quello o quell’altro scopo, ma che era stata evidentemente fatta apposta per quello scopo.
Il fatto che si tratti di un oggetto artificale dà sicuramente un buon motivo per pensare che dietro alla sua realizzazione ci sia un’intenzione ben precisa, ma è sorprendente notare che ciononostante forse non c’è, forse non così ben definita, e in ogni caso anche se c’è non è poi così ovvia. Ma lo stesso quando ne interpretiamo l’uso non pensiamo di star effettuando una interpretazione ed una scelta più o meno creativa, ma crediamo di star solo leggendo intenzioni altrui, non nascoste ma palesate nella forma dell’oggetto.
Un’abitudine che ci viene probabilmente dall’eccessiva frequentazione di luoghi artificiali, dove ogni cosa è fatta per uno scopo. Sedie fatte per sedersi, sdraio fatte per sdraiarsi, robe di plastica morbidose fatte per torturarle e sfogare lo stress, attrezzi fatti per giocare – e per giocarci in un modo preciso. Non oggetti neutri del mondo che noi adoperiamo per i nostri scopi, ma oggetti che già contengono uno scopo a cui noi ci conformiamo.
L’oggetto non viene letto come origine di un proprio fare, come il punto di partenza di un uso intenzionale, ma come il punto terminale di un fare altrui che ha dato forma all’oggetto secondo la propria intenzione – così che il nostro fare non è autonomo e creativo, ma si limita a rispondere ad intenzioni altrui, già presenti ed informanti gli oggetti del mondo.
In questo modo non ci prendiamo la responsabilità della scelta d’uso, e non percepiamo la nostra creatività – anche se c’è – perchè la interpretiamo in ogni caso come una risposta a istruzioni immesse da altri nella forma degli oggetti, un puro obbedire.
Nessuna scelta, nessuna creatività, nessuna manipolazione del mondo, nessuna responsabilità.