All’inizio di una sequenza televisiva o cinematografica siamo piuttosto abituati a vedere in sovraimpressione brevi indicazioni sul luogo e tempo di svolgimento dei fatti. “New York, 1942″. “Boston, 2 anni dopo”.
In The Fringe, nuova creazione di JJ Abrams – colpevole anche di Lost, i luoghi non sono connotati da semplici parole sovraimpresse, ma i nomi diventano oggetti dentro ai luoghi che devono connotare.
Grandi solide lettere in metallo sospese nei punti più improbabili: sopra gli edifici dell’università di Harvard, di traverso lungo il palazzo dell’FBI, colossali sopra i tetti di Boston.
Lo spettatore raffinato del terzo millennio (e delle follie di JJ) è in grado non solo di separare la scritta sovraimpressa dalla “realtà” convenzionale dell’immagine ripresa, ma anche di separare un oggetto apparentemente interno a quella stessa realtà da tutto il resto del contesto e metterlo fra parentesi, riconoscendolo come estraneo alla realtà dello svolgimento dei fatti – ma utile alla sua identificazione e connotazione.
Un luogo diventa immagine ripresa e diventa un concetto espresso con una parola, la parola viene reificata in un oggetto inserito nell’immagine, l’oggetto dematerializzato e trasformato in concetto dalla nostra interpretazione, che lo giustappone all’immagine.
Ne abbiamo fatti di progressi da quando gli spettatori fuggivano urlanti dalla ripresa del treno dei fratelli Lumière.
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