Inaspettatamente, Echochrome – l’incarnazione per Playstation di M. C. Escher di cui raccontavo qui – è arrivato in italia.
E’ stato importato sull’onda dei “giochi intelligenti”, la strada aperta da Nintendo DS e Nicole Kidman, nell’ambito del vasto movimento di marketing volto a far passare il messaggio che non solo i ragazzini e i nerd possono videogiocare, col nobile scopo di ampliare pubblico e ricavi, ma anche il piacevole effetto laterale di sdoganare una forma d’arte finora disdegnata dai “colti”. E’ per questo che Echochrome arriva con lo slogan Penso quindi gioco, una simpatica copertina ad arcobaleno che sa tanto di edutainment e una valutazione dell’età che dice “dai 3 anni in su”. Ma passiamo oltre la copertina.
Echochrome non risponde a nessuna convenzione: il giocatore non comanda l’omino, ma l’ambiente, mentre l’omino si muove nell’ambiente a velocità costante percorrendo una dopo l’altra tutte le vie che gli si presentano. Gli schemi e i livelli esistono, ma non in modo tradizionale: gli schemi possono essere scelti da un’area chiamata Atelier e giocati in ciascuna delle 3 modalità disponibili (solo, coppia, altri); non è necessario risolvere il primo per accedere al secondo e così via. In alternativa si può giocare in modalità Libera, cioè con schemi a caso. Ed è anche possibile costruirsi i propri schemi, montando singoli pezzi di labirinto.
Sembra in parte di tornare al vecchio concetto di videogioco, alla Pacman per intenderci, quando la narrativa era solo un approssimato contorno a un’azione da compiere che era comunque chiara a priori: in fondo, chissenefrega di perchè pacman mangia palline e perchè i fantasmi lo inseguono, quello che dobbiamo fare è chiaro. L’omino di Echochrome per parte sua raccoglie degli “echi”, delle versioni grigie e immobili di se stesso; non sappiamo perchè e nemmeno ci interessa, ma la quarta di copertina lancia delle idee: sono i suoi familiari dispersi? sono il suo nutrimento? Due motivi piuttosto bizzarri ma molto significativi per spiegare perchè qualcuno debba cercare qualcun altro.
Per lo meno, quando è da solo l’omino raccoglie echi. Se invece gioca in coppia bisogna che due omini bianchi si incontrino e si fondano, diventando grigi, e lo stesso due omini neri, così che poi anche i due grigi possano fondersi. Estremamente tardoromantico, non trovate? Il fine di tutto è fare dei molti un uno. Si può, infine, anche giocare come altri, e qui entra in gioco la conflittualità: l’omino bianco e l’omino nero se si incontrano restano shockati, e si ritrovano accovacciati e sofferenti ai loro punti di partenza.
Un gioco dall’atmosfera sospesa e surreale, abitato da manichini con un’aria così simbolicamente esistenzialista, e dove una adorabile vocina femminile dice “Ops” ogni volta che il mio omino cade nel vuoto. E lo dice con l’assoluta leggiadria di un androide che non abbia ben chiara la differenza tra far cadere una teiera e un neonato. Un innocente e stronzissimo essere alato da un altro mondo.
Il video qui sotto si vede maluccio, ma lo posto per darvi la possibilità di sentire questa dolce creatura:
L’ambiente segue le leggi autarchiche del mondo di Escher, per cui ciò che appare è – ma non sempre in modo ben fluido: a volte qualcosa appare, a me come giocatore, ma evidentemente i programmatori non l’hanno pensata, e quindi non funziona. E’ nel complesso piuttosto difficile da giocare: se mi trovate un bambino di 4 anni che ci riesce lo candido per il Nobel! Io sono riuscita a morire persino durante il tutorial, e la mia vocina alata non fa altro che dire “ops”.
Insomma, sì, un puzzle. Certo, risolvere il labirinto. Però, questi omini privi di volto, che si aggirano per labirinti per sopravvivere ai quali bisogna cambiare la prospettiva con cui li si guarda, che cercano i propri simili ma li fuggono anche, in grado di soffrire e di perdersi nel bianco nulla, in grado di vagare all’infinito lungo lo stesso percorso bloccato… non so, a me sembrano familiari.





