Monthly Archives: July 2008

Inaspettatamente, Echochrome – l’incarnazione per Playstation di M. C. Escher di cui raccontavo qui – è arrivato in italia.

E’ stato importato sull’onda dei “giochi intelligenti”, la strada aperta da Nintendo DS e Nicole Kidman, nell’ambito del vasto movimento di marketing volto a far passare il messaggio che non solo i ragazzini e i nerd possono videogiocare, col nobile scopo di ampliare pubblico e ricavi, ma anche il piacevole effetto laterale di sdoganare una forma d’arte finora disdegnata dai “colti”. E’ per questo che Echochrome arriva con lo slogan Penso quindi gioco, una simpatica copertina ad arcobaleno che sa tanto di edutainment e una valutazione dell’età che dice “dai 3 anni in su”. Ma passiamo oltre la copertina.

Echochrome non risponde a nessuna convenzione: il giocatore non comanda l’omino, ma l’ambiente, mentre l’omino si muove nell’ambiente a velocità costante percorrendo una dopo l’altra tutte le vie che gli si presentano. Gli schemi e i livelli esistono, ma non in modo tradizionale: gli schemi possono essere scelti da un’area chiamata Atelier e giocati in ciascuna delle 3 modalità disponibili (solo, coppia, altri); non è necessario risolvere il primo per accedere al secondo e così via. In alternativa si può giocare in modalità Libera, cioè con schemi a caso. Ed è anche possibile costruirsi i propri schemi, montando singoli pezzi di labirinto.

Sembra in parte di tornare al vecchio concetto di videogioco, alla Pacman per intenderci, quando la narrativa era solo un approssimato contorno a un’azione da compiere che era comunque chiara a priori: in fondo, chissenefrega di perchè pacman mangia palline e perchè i fantasmi lo inseguono, quello che dobbiamo fare è chiaro. L’omino di Echochrome per parte sua raccoglie degli “echi”, delle versioni grigie e immobili di se stesso; non sappiamo perchè e nemmeno ci interessa, ma la quarta di copertina lancia delle idee: sono i suoi familiari dispersi? sono il suo nutrimento? Due motivi piuttosto bizzarri ma molto significativi per spiegare perchè qualcuno debba cercare qualcun altro.

Per lo meno, quando è da solo l’omino raccoglie echi. Se invece gioca in coppia bisogna che due omini bianchi si incontrino e si fondano, diventando grigi, e lo stesso due omini neri, così che poi anche i due grigi possano fondersi. Estremamente tardoromantico, non trovate? Il fine di tutto è fare dei molti un uno. Si può, infine, anche giocare come altri, e qui entra in gioco la conflittualità: l’omino bianco e l’omino nero se si incontrano restano shockati, e si ritrovano accovacciati e sofferenti ai loro punti di partenza.

Un gioco dall’atmosfera sospesa e surreale, abitato da manichini con un’aria così simbolicamente esistenzialista, e dove una adorabile vocina femminile dice “Ops” ogni volta che il mio omino cade nel vuoto. E lo dice con l’assoluta leggiadria di un androide che non abbia ben chiara la differenza tra far cadere una teiera e un neonato. Un innocente e stronzissimo essere alato da un altro mondo.

Il video qui sotto si vede maluccio, ma lo posto per darvi la possibilità di sentire questa dolce creatura:

L’ambiente segue le leggi autarchiche del mondo di Escher, per cui ciò che appare è – ma non sempre in modo ben fluido: a volte qualcosa appare, a me come giocatore, ma evidentemente i programmatori non l’hanno pensata, e quindi non funziona. E’ nel complesso piuttosto difficile da giocare: se mi trovate un bambino di 4 anni che ci riesce lo candido per il Nobel! Io sono riuscita a morire persino durante il tutorial, e la mia vocina alata non fa altro che dire “ops”.

Insomma, sì, un puzzle. Certo, risolvere il labirinto. Però, questi omini privi di volto, che si aggirano per labirinti per sopravvivere ai quali bisogna cambiare la prospettiva con cui li si guarda, che cercano i propri simili ma li fuggono anche, in grado di soffrire e di perdersi nel bianco nulla, in grado di vagare all’infinito lungo lo stesso percorso bloccato… non so, a me sembrano familiari.

il duomo di coloniaNon penso che si possa immaginare niente di più gotico del duomo di Colonia. E vi giuro che la foto non è ritoccata.
Proprio di fronte al duomo, dall’altra parte del Reno, al di là di un ponte ferroviario con arcate metalliche dell’Ottocento, in una struttura costruita nel 1928 e chiamata Tanzbrunnen – le fontane della danza – si svolgeva il festival. Voto alla location: 10 e lode.
Il popolo dark – etichetta controversa, lo so, ma le parole sono fatte per intendersi e con questa ci intendiamo -, una volta liberato dall’omologazione fashionizzazione e provincializzazione italiane si conferma dotato di una creatività e varietà sconcertanti, che per quanto ne so non ha eguali in nessun altra subcultura.
Praticamente qualsiasi cosa è apprezzata purchè non banale. I semplici jeans-e-maglietta neri facevano da sfondo a elaborati completi in colori fluo, ingombranti abiti similmedievali, pizzi, pvc, bustini, calze a rete, occhiali da saldatore, extensions in plastica, stivali pelosi, catene, lacci, nuda pelle, veramente qualsiasi cosa purchè creativa.

E tutti lì con la massima tranquillità, a guardare e fari guardare. Una parata di cosplay dove ciascuno inventa il suo personaggio. Una sfilata, sì, ma senza il chiacchiericcio acido di sottofondo che spesso si percepisce in Italia; e senza più nemmeno quel senso di ostilità verso il resto del mondo che spesso si accompagna alla volontà di essere diverso e al sapersi osservato e giudicato.

Non si respirava tanto l’opposizione alla normalità – se non in qualche battuta sulle t-shirts, come “come on and hate me” o “le persone normali mi fanno paura” – quanto la gioia di vivere per pochi giorni in un mondo a propria immagine e somiglianza, dove puoi essere abbastanza particolare da essere notato – altrimenti verrebbe meno buona parte del divertimento ;-) – ma mai tanto diverso da essere rifiutato.

La materializzazione di un mondo se non nuovo per lo meno diverso è resa più concreta dal fatto che era rappresentato praticamente tutto l’arco generazionale, dagli 0 ai 50 anni: famiglie intere che concretizzano la possibilità di un diverso modo di vivere, che non implica l’adattarsi a standard altrui. I bambini giocavano sul prato indossando magliette con scritto “my dad rocks” e cantavano le canzoni dei concerti seguendo il resto pubblico sulle spalle dei genitori, le orecchie adeguatamente protette dai tappi; avevano peluche a forma di pipistrello e di draghetto, ma anche magliette rosa e orsacchiotti: non una diversa omologazione, ma davvero più libertà.

E per chi pensa che la filosofia non abbia influssi sulla realtà, c’erano almeno due gruppi che cantavano dio è morto in modo inequivocabilmente nietzscheano. La canzone di Oomph dice proprio, tanto per essere chiaro, che dio è morto, noi l’abbiamo ucciso. ecco il nuovo dio: io sono il nuovo dio.

E tredicimila persone cantavano questo, senza l’astio degli atei nostrani, ma con la soddisfazione di poter gridare e condividere la propria verità, senza doversi difendere con le unghie e coi denti da accuse di eresia, sospetti di nazismo, giudizi di disadattamento sociale.

Infine, altri tre punti di grandissima soddisfazione:

1- mai visto un festival più civile, con un tasso pari quasi a zero di ubriachi o strafatti e con dei bagni così belli puliti e ordinati anche alla fine dell’ultimo giorno che gli autogrill italiani se li sognano.

2- in 48 ore di feste dark non ho sentito neanche una canzone dei Cure. Nè Siouxsie, nè Joy Division, nè Bauhaus. Niente che avesse più di 10-15 anni. A parte i Depeche Mode, si intende.

3- i giornali locali – i giornali di Colonia e della regione, non le fanzine – hanno riportato tranquillissimi e quasi entusiasti articoli che recensivano le band e raccontavano la festa. Zero lamentele, zero recriminazioni, zero timori. Che a sentirlo da un paese dove chiudono i parcheggi di San Siro quando suona Springsteen sembra più irreale di un invisibile unicorno rosa.