Sfogliavo il catalogo di una mostra di quello che è ormai il mio artista contemporaneo preferito: Mark Kostabi. E ne leggevo l’introduzione, che parla della financial art, concetto a me fino ad oggi sconosciuto. Pare che l’arte contemporanea che conta, e che costa cifre che nemmeno oseremmo immaginare, sia decisa da critici e galleristi al solo scopo di costare queste cifre e quindi costituire per gli acquirenti un buon investimento. Che queste opere siano anche belle pare non interessi a nessuno. Il che spiegherebbe il vago senso di delusione e perplessità provato l’ultima volta che sono stata ad ArteFiera.
Kostabi, d’altro canto, viene bollato come commerciale perchè produce le sue opere in una factory, con uno stuolo di pittori impiegati per dipingere secondo i suoi canoni. Perchè le sue opere si somigliano un po’ tutte. Perchè i riferimenti sono plateali. Va bene. Ma se un’opera riesce a essere così incontestabilmente bella e piena di significato come lo sono queste, se mi parla come mi parlano queste, vi dirò che non me ne importa un piffero che non sia nata dalla mano dell’artista ebbro nel suo studio segreto in preda a un impeto di chissache.
Fra l’altro, non trovate anche voi singolare che, nell’epoca della riproducibilità tecnica di qualsiasi cosa, l’arte che vende rinunci così spesso a essere spettacolare, a sfoggiare abilità artigianali per rifugiarsi nel “concetto”? Che cosa c’è da acquistare in un’arte concettuale? In che cosa investono i loro soldi i sedicenti mecenati?

Ho una mia teoria su quale sia la giustificazione culturale di tutto questo: è l’idea dell’arte come espressione diretta dell’animo dell’artista, materializzazione dell’immateriale, incarnazione dello spirito assoluto, qualcosa di sacro. Un concetto spudoratamente idealista prima e romantico poi. Che vuol dire nuovo, recente. Un concetto di arte che non è quello dei greci, non è quello del rinascimento: è quello nostro e dei nostri simili negli ultimi due secoli.
Il controsenso più grande è che, mentre sosteniamo e tentiamo di motivare questa recentissima idea di arte, portiamo ad esempio opere antiche, per lo più rinascimentali (“Raffaello è arte”, chi oserebbe negare questo?), che non seguivano per niente questa idea. Raffaello lavorava a bottega. Aveva una sua factory. E non eprimeva se stesso, ma i desideri del committente, che era il più delle volte un cretino danaroso che doveva rifarsi il look, che aveva bisogno di un restyling alla sua immagine. – Di norma sono la prima a non amare queste trasposizioni astoriche, ma a volte non riusciamo a vedere le somiglianze solo a causa di divergenze lessicali e temporali.
Le esigenze del mercato sono sempre state estremamente importanti per l’arte. E’ sempre stato a un pubblico che l’arte doveva piacere. Un’arte che non piace a nessuno non serve a nessuno. E un’arte che nessuno può guardare ugualmente non serve a nessuno. L’arte deve essere pubblica, deve essere data in pasto al popolo, e deve piacere, per un motivo o per un altro. I casalinghi di design, i mobili, diversi oggetti hi-tech, dal momento che qualcuno ne ha curato l’estetica e qualcun altro li sta a guardare pensando quanto sono belli, sono arte.
L’arte è anche calcolo. Sapienza tecnica. Un po’ di De Chirico, un po’ di Dalì, un tocco pop. Un riferimento colto per chi lo sa cogliere, armonia di colori per gratificare i sensi.
Vogliamo, poi, confrontare l’onestà di un artista che è cosciente e dichiara apertamente la natura pop e commerciale della sua arte, con la bassissima opinione dimostrata nei confronti del proprio pubblico da coloro che producono “concetti” e li vendono a peso di platino?
Se dunque si vuole prendere l’arte antica come paradigma incontestabile di che cosa l’arte è, dovremmo cominciare a riconoscere lo statuto di arte alle tante forme espressive che ci circondano – pubblicità, telefilm, videogiochi… – senza escluderle solo perchè asservite a uno scopo, o nate dalle esigenze di mercato. L’arte è stata asservita a uno scopo per la più gran parte della sua esistenza, e scollarla da ogni aspetto pratico serve solo a privarla di ogni interesse. Così come rimuovere l’abilità tecnica dalle qualità tipiche di un artista significa alla fin fine privarlo d’identità, dare il via a tutti coloro che si chiedono perchè la merda di Manzoni vale tanto e la mia no, la so fare pure io, puzza uguale.
Un po’ più di artigianato, un po’ più di umiltà, un po’ più di sincerità e di rispetto per il pubblico, e forse l’arte smetterebbe di essere un diletto per intellettuali sinonimo di noia per chiunque altro.
2 Comments
Post molto interessante, carino il titolo, belle le opere riprodotte. In effetti, nonostante le avanguardie, la pop-art, ecc. l’idea romantica di arte è ancora piuttosto diffusa. Però Hegel, tanto per cambiare, ne aveva decretato in anticipo la morte…
D’accordissimo sulla necessità di estendere il concetto di arte
Grazie dell’apprezzamento, md!
Il titolo è un po’ azzardato, per così dire una concessione agli effetti speciali
La cosa incredibile – e irritante – è che molto spesso non ci rendiamo conto di come i nostri modi di vedere siano limitati e storicamente determinati: sembriamo convinti che solo siccome sono i nostri (quelli dell’Uomo Moderno, nientemeno) debbano essere oggettivamente validi.