Oggi, al festival Cronobie, ho avuto il piacere di ascoltare Giuseppe O. Longo (per cosa stia la O. non l’ho mai capito), scienziato e studioso di “scenari” in cui – un po’ come gli autori di fantascienza – dando forma a futuri possibili indaga il nostro rapporto attuale e futuribile con la tecnica e con noi stessi. Perchè il modo in cui vediamo le macchine (che sono altro da noi, sono le nostre creature, sono la materializzazione del nostro intelletto ed altro ancora) dice molto del modo in cui vediamo noi stessi, e del modo in cui intendiamo gestire il nostro futuro.
In particolare, un aspetto che mi colpì delle riflessioni di Longo quando lessi il suo Homo technologicus, è l’attenzione – certo non unica ma per lo meno rara – per i diritti di questi altri che sono le macchine, per i doveri che abbiamo o avremmo noi nei loro confronti. Il dovere di Frankenstein verso la sua creatura, se vogliamo; il rifiuto del quale è fra l’altro all’origine di tutte le disgrazie che sappiamo.

Insomma, se creiamo una machina in grado di soffrire, di desiderare, di pensare, avremo delle responsabilità nei suoi confronti, no? Perchè dovremmo creare qualcosa del genere, un nuovo essere dolente? E una volta creato, non saremo noi responsabili del suo dolore? Della sua sofferenza, nel caso che le avessimo instillato un desiderio che – per natura o fatalità – non può soddisfare?
Ho sempre trovato questo pensiero molto suggestivo, e senza dubbio degno di essere considerato. Credo che la roboetica abbia effettivamente un suo perchè, anche se è possibile che non ci serva mai (perchè è possibile che mai avremo automi pensanti e desideranti)… ma nel caso un giorno ci trovassimo ad averli, sarà bene averci fatto una pensata per tempo.
Oggi però mi sono chiesta un’altra cosa. Mi sono chiesta: ma come facciamo noi a sapere che soffre? Quando si tratta di un essere umano, noi comprendiamo i sentimenti altrui sulla base essenzialmente di due elementi: i sintomi, ovvero il modo in cui si comporta, le sue esternazioni, le parole usate, sono simili a fenomeni che conosciamo anche in noi stessi, e li conosciamo legati ad alcune particolari sensazioni. Se a questo aggiungiamo la consapevolezza che si tratta di un nostro simile, e che quindi presupponiamo che “funzioni” in modo simile a noi, ecco che capiamo i suoi sentimenti, che proviamo compassione, per quanto ci sia in realtà impossibile comprendere e provare realmente le stesse sue sensazioni.
Nel caso di una macchina ci sono modi precisi in cui noi riusciamo a farle emulare alcuni comportamenti particolari, come i desideri – che secondo molte interpretazioni sono alla base del dolore. Programmiamo l’automa per ricercare una certa condizione, ad esempio la luce, e gli facciamo, ad esempio, emettere un suono e muoversi incessantemente se non la trova. Questo simula piuttosto bene il desiderio, e la ricerca di una soddisfazione.
Ma lo simula o lo è?
Non dimentichiamo poi che non solo questo comportamento è programmato deliberatamente per simulare il desiderio, ma anche noi in quanto spettatori siamo portati a interpretarlo come tale, perchè tendiamo a proiettare sugli oggetti esterni le categorie che ci riguardano.
Quante volte, ad esempio, ci è capitato di dire che il computer “s’incazza” o “si lamenta” se non rispettiamo una certa procedura? Evidentemente è il nostro modo di interpretare e renderci familiari i meccanismi di funzionamento del pc, ma nessuno di noi crede seriamente che la macchina abbia provato un qualche sentimento.Se però un comportamento come quello sopra descritto è applicato a qualcosa di minimamente somigliante a un essere vivente, in particolare se dotato di voce, ecco che molto più facilmente non dico che crediamo che soffra, ma magari ci urta sentirlo, perchè tende a commuoverci: ci stimola a pensare che soffra. Ci stimola compassione.
Ecco, ora mi chiedo: come faremo a capire quando le nostre macchine penseranno, ameranno e soffriranno? Come potremo essere sicuri che non ne stanno solo mostrando i sintomi, che noi abbiamo ben studiato e ricreato?
Credits: L’immagine è la copertina di Parasite dolls, un anime dove andreidi create per essere schiave sembrano ribellarsi, ed una di loro sembra pensare, amare e soffrire.
7 Comments
Devo dire che è molto stimolante questo tuo interesse etico-cybernetico. In effetti le macchine e l’intelligenza artificiale sono delle creazioni dell’uomo, quindi non vedo perchè l’uomo non dovrebbe sentirsi in colpa per un’eventuale dolore delle macchine…
Io non vedo molta differenza tra l’intelligenza artificiale e quella umana, in fin dei conti anche noi ragioniamo per algoritmi, certo la nostra intelligenza è influenzata da miliardi di fattori, quindi probabilmente noi ragioniamo grazie miliardi e miliardi di algoritmi…
L’intelligenza umana è algoritmica, dici… ma questo non è altro che un’analogia nata dal confronto ocn l’intelligenza macchinica. Prima di inventare i computer a nessuno era venuto in mente di dire che ragioniamo per algoritmi (anche se a leibniz era venuto in mente di dire che il linguaggio è calcolo, ma questa è un’altra storia).
Mi viene quindi da pensare che la spiegazione ‘algoritmica’ non sia una spiegazione reale (nel senso che probabilmente la mente non funziona davvero così), ma un modello di pensiero utile a farci venire qualche idea.
Insomma, l’intelligenza artificiale ci può sembrare simile alla nostra solo perchè pensiamo la nostra in termini di quella artificiale. Sempre IMHO, ovviamente.
Dato al nostro cervello un input da questo ne viene fuori sempre un output, sia esso un movimento, una risposta, un’emozione o un semplice pensiero. In fondo gli algoritmi matematici sono questi: se a=x allora tu fa z! Certo noi riceviamo miliardi di input e le elaboriamo in miliardi al quadrato di output, ma in fin dei conti è sempre stimolo-risposta quindi algoritmo.
E’ anche vero che prima dell’intelligenza artificiale non avrei mai pensato a questo paragone, anche perchè ero riuscito a rimuovere leibniz dalla mia coscienza…
A quelle interessanti di chiarac, mi sovvengono altre domande: in vista di future e possibili ibridazioni, come cambierà la percezione del dolore? ci saranno soglie diverse? e la morte?
Del resto, da un altro punto di vista, il problema cyber-etico abita già tra di noi: un morente intubato e vivo grazie alle macchine non può essere definito una sorta di androide?
Prima di parlare di intelligenza artificiale mi piacerebbe sapere cosa voi intendete per essa.
Cerco di spiegarmi. Per come la vedo io l’intelligenza artificiale attualmente non esiste e difficilmente si arriverà a breve termine ad un suo potenziale sviluppo. Tutto quello che viene catalogato oggi per intelligenza è appunto se a=b allora sono contento altrimenti sono triste.
Si tratta sempre e solamente di computazione, di calcolo; esatto di algoritmi. E siccome credo fermamente che l’intelligenza umana(di questa parliamo giusto?) segue si una logica stimolo risposta, ma ad essa abbina una capacità di pensiero (da cui segue l’output) individuale che non sempre percorre e propone risposte razionali. Un esempio ne è il dilemma del prigioniero o il paradosso dei due viaggiatori (se non ricordo male) della teoria dei giochi di John Nash (Equilibrio di Nash). Forse l’esempio non è troppo calzante e un pò complicato da seguire cmq. in conclusione esperimenti hanno smentito l’equilibeio di Nash e concordano che l’essere umano spesso decide su base irrazzionale e non seguendo un rigido procedimento di calcolo.
Ricapitolando, se per intelligenza vogliamo intendere qualcosa con sembianza umana che incamera in un database milioni di dati (lo vogliamo chiamare chiamare apprendimento?) su cui poi compie dei calcoli ed in base ad essi fornisce un output, bhè questa intelligenza non mi piace molto, e non è poi così intelligente.
Il pensiero umano paragonato ad un calcolo matematico? …mah…!?!
Cosa intendo io allora Per IA? Sinceramente non lo sò di preciso, ma sicuramente qualcosa che ancora non esiste.
Saluti Gians
è evidente che quello che ci aspettiamo da un’intelligenza artificiale è direttamente legato a quello che ci aspettiamo da un’intelligenza in genere (o umana?). fiak si aspetta che prenda qualcosa in input e ne dia una in output, e quindi il pc sarebbe intelligente (ma allora perchè non una macchinetta per l’espresso? lo so, lo so… ci aspettiamo che input e output siano SIMBOLICI). gians si aspetta una parte di irrazionalità, e allora una macchina non potrà mai essere intelligente – visto che anche il ‘random’ in un software non è davvero random.
In genere credo che tendiamo a definire intelligente un comportamento da parte di una macchina (o anche di un animale) che è più intelligente di quanto ci aspettiamo. Quando un’automobile accende da sola gli anabbaglianti perchè fuori è buio, la troviamo intelligente; quando non lo fa lo troviamo normale. Se si tratta di una persona il giudizio è un po’ diverso…
Insomma, secondo me ci sono molte macchine con vari gradi di “intelligenza”, ma non potremo mai avere l’intelligenza artificiale in quanto macchina che riproduce l’intelligenza umana finchè non avremo una definizione unanime di cos’è l’intelligenza umana. E in questa definizione ognuno ci infila quello che preferisce: creatività, irrazionalità, emotività… potremmo discutere ore se fanno o no parte dell’intelligenza. Di sicuro fanno parte dell’uomo. Ma a che scopo riprodurre l’uomo, visto che già ne abbiamo 6 miliardi?
e, ehm… gians… non so cosa sia l’equilibrio di Nash… ho provato a guardare su wikipedia… ma era complicato!
@md
è probabile che la nostra percezione del dolore e della morte cambieranno (da un punto di vista culturale sono già cambiate molte volte), ma il problema che si pone verso un uomo ‘ibridato’, come il morente intubato, è diverso da quello che si pone verso la macchina senziente, perchè ci rivolgeremo al primo sempre come a un uomo (seppure diverso), e al secondo sempre come una macchina (seppure simile a noi), in virtù del modo in cui sono nati. E lo sa bene Andrew, il robot bicentenario…
Simpatica le domande, peccato che non si guardi mai oltre il dito, che poi indica la luna.
Perché dovremmo creare un essere dolente? E perché allora facciamo figli, inquinamento, guerre?
Come sappiamo che una macchina soffra? E come mai pur avendo anche moltissimi amici sono solitamente pochi quelli che riescono a capire realmente se soffriamo o meno?
E come faremo a capire quando, e arrivaranno, le macchine sentiranno, soffriranno, ameranno? Impareremo di nuovo, vivendo con loro, fidandoci di loro.
Piccole note sparse:
-L’intelligenza artificiale è per definizione almeno uguale a quella umana (test di turning).
-L’intelligenza è umanità, la logica è a=b, ma la logica rimane sempre la base dell’intelligenza (la pura umanità senza logica non sarebbe pazzia?).
-Il carattere irrazionale della mente umana è comunque dovuto a legami input-output, solo che tali legami si basano su approssimazioni che, quando errate, portano a definire irrazionali gli output.
-Il discorso sugli equilibri di Nash ha dimostrato solo che la mente umana ottimizza solo localmente le sue azioni, e non globalmente, per questo la macchine sono più brave nei giochi dell’uomo.
-Il pensiero umano è paragonabile ad un calcolo si, ma bisogna ricordare che in matematica esistono anche frattali, numeri complessi e teoria delle biforcazioni. La complessità è ovunque.
-L’irrazionalità nelle macchine è qualcosa che è possibile simulare, e senza molti problemi. Il problema più grosso invece è proprio simulare la logica (se chiedo ad un pc “come stai” e mi risponde “blu”, è irrazionale e facile da fare, perché l’insieme delle risposte accettabili è limitato a fronte di un insieme infinito di risposte irrazionali).
In conclusione, se ci sarà una ibridazione con le macchine, il cambiamento sarà per chi non si ibriderà e non per chi farà il passo. Indipendentemente da come poi si evolveranno le cose.
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