Qualche tempo fa feci un test suggerito da Lobotomia per sapere che carta dei tarocchi sono (non ve lo siete mai chiesto, vero?? nemmno io!) e la risposta fu: l’eremita. Purtroppo il test non è più online, quindi non potrete vedere la bellissima carta corrispondente; ma il punto non è questo, il punto è che ci aveva azzeccato (nonostante avessi mentito alla prima domanda: “Di che sesso sei?” “A Maschio, B Femmina, C Indefinito”. Risposi C solo per il gusto di usare una risposta nuova).

Non sono di quelle persone che sono sempre in giro, tirano tardi e fanno casino. La mia teoria è che uscire è bello se c’è qualcosa da fare. Un concerto, una mostra. Una cena per chiachierare. Andare semplicemente a stordirmi mi sembra una perdita di tempo, quando ci sono così tante cose interessanti da fare a casa. Leggere, guardare un film, scrivere. Litigare con il mio LinuxPC. Pensare. Perchè uscire per forza?
Ed ora come possiamo non farci venire in mente come la quantità di cose interessanti che si possono fare a casa è negli ultimi tempi cresciuta a dismisura? Prima per i film si andava al cinema, ora non c’è nemmeno bisogno di arrivare da Blockbuster. Idem per la musica. E che vogliamo dire di internet? E’ un intero vastissimo mondo alla portata dei miei polpastrelli digitanti. Roba da perdersi per ore. E ore. E ore.

A questo punto mi spunta fra i neuroni l’obiezione contraria: ma fuori c’è il mondo vero. Fisico. L’aria, i profumi, le cose da toccare. Quello che puoi fare a casa è invece un viaggio nella mente umana. Nei mondi creati da altre persone. Costruiti proprio per te che li vai a visitare, che ti accolgono e ti guidano a spasso per le loro vie, e non hanno altro scopo che questo.
E una città, invece, ha altro scopo? Non è anch’essa un mondo artificiale, costruito dall’uomo per l’uomo, a suo uso e consumo? Un locale, una mostra, non sono mondi artificiali che esistono solo per te che li vai a visitare?
In fondo trascorriamo quasi la totalità del nostro tempo a giorvagare per il nostro stesso cervello (nostro come specie, s’intende, non come individuo). E mi chiedo: è male questo? E’ forse deprivante in termini di esperienza? Sarebbe estremamente facile dopo queste riflessioni sprofondare in terrori alla Matrix: facciamo solo cose previste e preordinate, costruita da altri per noi, il grande fratello ci guarda e ci guida!

Io sono un po’ scettica riguardo a queste posizioni, perchè le trovo troppo semplici ed autoassolutorie: il mondo è cattivo, siamo vittime raggirate, e quindi lamentiamoci. Preferisco allora mantenere una più alta stima di noi come esseri umani e pensare a quanto si dice negli ultimi tempi (negli ultimi decenni in verità) dell’esperienza artistica: lo spettatore crea l’opera d’arte interagendo con essa, dall’interazione tra la mia mente e la mente di chi ha creato ciò che mi è di fronte nasce qualcosa di unico. L’oggetto stesso è modellato dal mio esperire e da esso dipende: non sarebbe lo stesso senza di me, di noi.
Perciò non credo che il nostro vivere esclusivamente in mondi artificiali ci renda cognitivamente più poveri, tutt’altro. Io, almeno, adoro esplorare la mente umana. E non mi sento affatto manipolata. E ho anche qualche dubbio che riusciremmo mai a vivere in un mondo non artificiale, nel senso che lo vivremmo sempre come se lo fosse. Pensate a quelli di Lost, che si trovano su un’isola sperduta e pure lì riescono a pensare che ci sia un disegno che li governa! Perchè in fondo abbiamo bisogno di sentire che il mondo intorno a noi ha uno scopo, e preferibilmente ha uno scopo per noi: altrimenti perchè inventare le divinità?
Quindi, se le cose stanno così, tanto vale vivere in un mondo fatto dai miei simili, che credere di vivere in un mondo fatto da dio, che poi mi tocca incolparlo o ringraziarlo per ogni cosa che succede.
